Londra, il lavapiatti e il razzismo: una storia vera

“Era il 1997 e decidemmo di fare questa esperienza all’estero…”. Ma allora come oggi il “colore nero” continua a fare paura

Nell’ultima puntata abbiamo parlato dei Premi Oscar di quest’anno, che hanno premiato film a tema razziale, perché mai come oggi c’è un crescendo razzista negli animi umani, orchestrato ad hoc da potenti burattinai nell’ombra. Oggi più che mai il cittadino medio - vessato da tasse, mancanza di lavoro, problemi economici e ambientali - si sente minacciato da persone come lui, solo dal colore diverso, con una predilezione particolare per il colore nero. E questo c’entra con la storia che sto per raccontare.

Oggi quindi non scriverò di cinema, ma di un’esperienza personale che risale ad oltre venti anni fa. Era il 1997, avevo vent’anni e con tre carissimi amici decidemmo di trasferirci da Terni a Londra; era estate e all’inizio ci accampammo in una sorta di camping hippie - ora demolito - la Tent City dietro il carcere di Wormwood Scrubs all’estrema periferia di East Acton, quartiere in terza zona non proprio centrale e non proprio raccomandabile, vista la posizione. Il camping però era piuttosto tranquillo e la permanenza fu un periodo bellissimo, anche se dormivamo in tende militari in compagnia di almeno altre 50 persone e la sera, tornati da lavoro, era tosta ritrovare il proprio posto letto al buio.

Il lavoro: iniziammo da subito ad entrare in tutti i locali a chiedere se avessero bisogno di aiuto; volevamo fare quest’esperienza soprattutto per migliorare il nostro inglese, e quale modo migliore per imparare la lingua se non quello di lavorare a Londra? La sorte volle che io trovassi lavoro come lavapiatti al centro di Londra in un ristorante… francese. E addio lingua inglese. Non che i colleghi francesi non sapessero l’inglese, solo che non mi rivolsero mai una parola in inglese per tutto il tempo che lavorai lì. Il ristorante comunque era di un certo livello, si direbbe di lusso, le pietanze erano ottime, la clientela perlopiù di ricconi e la paga buona.

Ma cosa c’entra con il razzismo? Aspettate. Quando mi prendono a lavorare, mi spiegano che avrei lavato i piatti il primo mese, poi sarei passato a fare il barman al piano terra; i piatti si lavavano nelle cucine sotto terra, e lavorare sotto terra per periodi lunghi non è gratificante; ma tanto pensavo che 30 giorni sarebbero passati in fretta. Insieme a me a lavare i piatti c’era l’uomo più gentile che lavorava in quel ristorante, corpulento e alto 2 metri. Ci passavamo i piatti e lui, silenzioso e mite, sorrideva buono; a me spettava solo un pasto al giorno, la cena, ma in pausa pranzo, mentre gli altri correvano via, il mio collega rimaneva lì a prepararmi delle fantastiche baguette ripiene che non mi spettavano, con mezzo litro di buonissimo latte inglese (al confronto quello italiano fa schifo) perché aveva capito forse che al massimo mi sarei potuto permettere il solito panino “Pork” da 50 cent al 7Eleven di fronte; se non sbaglio, una volta i superiori lo ripresero pure perché mi preparava il pranzo, ma lui gli disse qualcosa che io non capii - in francese - e continuò a prepararmelo ogni giorno; il mio collega era l’unico, nonostante anch’egli parigino come gli altri, che si sforzava di parlare inglese con me e mentre il tempo passava e gli altri mi trattavano sempre peggio, lui fu sempre gentile e aveva sempre un occhio di riguardo come il primo giorno.

Il tempo passava e mancava poco che non fossi passato da lavapiatti a barista; mi dispiaceva però per il mio collega gigante: lui lavorava lì da sempre e io già facevo carriera, mentre lui rimaneva a lavare i piatti sottoterra. Cioè: in quel ristorante francese di lusso al centro di Londra, tutti avevano fatto carriera in breve tempo - e la stavo facendo anch’io - tranne il più gentile, il più disponibile, il più signore di tutto il ristorante, lui che lavorava lì dallo stesso tempo degli altri e come gli altri era parigino. Mi chiedevo perché. Perché?

Perché era l’unico nero, la risposta mi venne spontanea.

Prima che fosse passato il mese, mi pare il 28mo giorno, mi licenziai e me ne andai dopo aver preso meno soldi dei pattuiti (era tutto in nero: in alcuni ambiti il nero piace), non prima di aver salutato e ringraziato il mio collega gigante che, come sempre, accennò un sorriso buono e continuò mite a lavare i piatti.

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