Stupro al Chico Mendes, tradito dalla maglietta: "Lo abbiamo riconosciuto tra migliaia di foto"

Ecco come si è arrivati all’arresto del 18enne egiziano accusato di aver violentato una ragazza ternana. Lei all’amica appena dopo i fatti: “Mi ha costretto. Ho paura”

Sono passate da poco le 4 del mattino di domenica 30 giugno. WhatsApp avvisa dell’arrivo di un messaggio. È drammatico: “Mi ha costretto. Ho paura”. Giulia (nome di fantasia) scrive alla sua migliore amica. Ha il corpo ferito e l’anima stravolta. Il cuore batte all’impazzata, forte come la musica che risuona dentro alla discoteca del Chico Mendes. Duemila ragazzi festeggiano l’estate appena arrivata. Lei barcolla nel parcheggio del locale. Piange, cerca qualcuno a cui raccontare l’incubo che sembra averla inghiottita.

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Abbiamo cominciato subito ad indagare”, racconta Mirko Marcucci, che ha guidato i carabinieri di Terni nell’inchiesta che oggi, 11 luglio, ha dato un volto al presunto stupratore. “Avevamo una descrizione sommaria, sapevamo che vestiti indossava. Ma non avevamo nessuna immagine e nemmeno un nome”. L’indagine perciò è stata di quelle “artigianali”.

Prima, il racconto della ragazza. Le avances, le carezze, le insistenze. E l’alcol. “Si è approfittato di una situazione di difficoltà”, dice Alberto Liguori, procuratore capo di Terni che smette i panni del magistrato per indossare quelli del “cittadino” e del padre.

I due – che non si conoscevano - escono insieme dal locale intorno alle 3.30 del mattino. Vanno verso il parcheggio. C’è il buio e non c’è nessuno che possa assistere allo stupro. “E non ci sono nemmeno le telecamere di sorveglianza”, aggiunge il procuratore. Lui insiste, spinge, insiste. E poi scaraventa Giulia sul cofano di una macchina. Le preme il volto verso il basso e approfitta di lei.

Alle 4.15 il messaggio che paralizza il tempo. Giulia barcolla, dalla paura e dall’alcol che – forse – tiene a bada il terrore. Ma ha paura. Non vuole denunciare, non vuole dire niente. Le amiche la confortano, la sostengono, le fanno forza. E la accompagnano al pronto soccorso dell’ospedale di Terni.

Le visite confermano la violenza, i carabinieri inviano una equipe specializzata, si attiva il protocollo che scatta in caso di violenza sessuale. E cominciano le indagini.

Da lunedì mattina i carabinieri spulciano le centinaia di foto scattate durante la serata, sperando che i dettagli del racconto possano incastrarsi con una delle immagini. “È lui, ne sono sicura”, dice Giulia ad un certo punto.

Quella foto è l’unico appiglio. Assieme al dato che, forse, l’aggressore (presunto, almeno per ora) non è italiano. A questo punto una intuizione. I carabinieri sfogliano decine di faldoni, perché magari quel ragazzo è arrivato in Italia attraverso una catena umanitaria. E l’idea coglie nel segno.

Ramy Misail Nagdyun Hakim, questo il nome del presunto stupratore, è stato ospite di un centro di accoglienza per minori non accompagnati. Ma da poco ha compiuto 18 anni e quindi è uscito dal sistema di protezione. Dov’è?

La tappa successiva dell’inchiesta porta i carabinieri in questura. Qui passano al setaccio migliaia di fascicoli, cercando di intrecciare le poche cose note. Alto, moro, capelli scuri. Ad un certo punto, l’identikit trova un nome.

Le gazzelle perlustrano le strade del Ternano, le ricerche si estendono al Reatino e al Viterbese, fino a quando Ramy spunta fuori. Lavora in un bar e vive a Terni assieme ad un connazionale e coetaneo che, anche lui, deve i fare i conti con una accusa di violenza sessuale.

I carabinieri lo tengono d’occhio, verificano il suo numero di cellulare e scoprono che quella notte il suo smartphone è stato agganciato dalla cella prossima al Chico Mendes. E poi, l’ultimo tassello. Una mattina va al lavoro con la stessa maglietta che indossava quella sera maledetta.

Il cerchio è chiuso. Il sostituto procuratore Barbara Mazzullo chiede l’arresto, il tribunale di Terni lo concede. I militari gli stringono le manette ai polsi e lo chiudono dentro una cella a Sabbione. Nei prossimi giorni potrà dare al gip di Terni la sua versione dei fatti.

Giulia “sta meglio – dice il capitano Marcucci – Abbiamo avvisato i suoi genitori di questo arresto”. La vita che si era fermata dieci giorni fa, ora può ricominciare a scorrere.

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