Strage di migranti in mare, lo scafista si era sposato a Terni: condannato alla cella e ad un maxi risarcimento

Il 3 marzo del 2015 morirono dieci persone, tra cui un bambino di 2 anni. Il responsabile, su cui pendono accuse anche per droga e guida in stato di ebbrezza, aveva cercato riparo nella città dell’acciaio e chiesto asilo politico. Adesso arriva la sentenza del Tribunale di Siracusa: arrestato dalla polizia

Era il 3 marzo del 2015 quando, in una delle tante tragedie del mare che accompagnano la fuga dei migranti, dieci persone tra cui un bimbo di due anni, vennero inghiottite dal mar Mediterraneo. Viaggiavano su un barcone partito dalla Libia con circa 200 persone a bordo.

La carretta del mare aveva cominciato ad imbarcare acqua già pochi minuti prima della partenza. Ma il “comandante” dell’imbarcazione, aveva continuato a pilotare incurante dei pericoli – e ubriaco – fino al canale di Sicilia.

Il tunisino, indicato dai 121 superstiti come il responsabile della strage, finì in cella. Ma un anno dopo, scaduti i termini di custodia cautelare, tornò in libertà. Continuando a commettere crimini: nel 2016 venne denunciato per ricettazione e nel 2018 per reati di droga.

Lo scorso mese di luglio, gli agenti della polizia stradale di Terni lo pizzicarono in città ubriaco, ancora una volta, e alla guida di una vettura con la quale aveva causato un incidente. L’episodio gli costò una condanna ed il decreto di espulsione. Accompagnato dalla polizia presso il centro di permanenza e rimpatrio di Bari, appena arrivato aveva presentato richiesta di protezione internazionale in virtù della quale, in attesa di essere convocato dalla commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato, aveva lasciato il centro di Bari ed era tornato di nuovo a Terni.

I suoi movimenti nella città dell’acciaio sono però stati tenuti sotto controllo dagli agenti dell’ufficio immigrazione della questura: un mese fa, lo scafista si è sposato con una ternana.

Nelle ultime ore, i giudici della corte d’assise del Tribunale di Siracusa, hanno emesso la sentenza che individua il nordafricano come il comandante e conducente di un barcone lungo circa 15 metri in pessime condizioni, sovraccarico e privo di dispositivi di salvataggio, condotto peraltro in stato di ubriachezza alcolica che naufragò quel 3 marzo di quattro anni fa. Per questo reato, l’uomo è stato condannato ad 11 anni e 8 mesi di cella, oltre al pagamento di 4 milioni e 400mila euro come risarcimento del danno che, è scritto nella sentenza, “rappresenta la manifestazione istituzionale della umana pietà, espressa dal livello più alto degli organi di rappresentanza dello Stato italiano per coloro che hanno perso la vita il 3 marzo 2015 nel mar Mediterraneo e per coloro che, pur sopravvissuti, sono stati vittima dei fatti di imputazione”.

Con in mano il mandato di cattura, gli agenti dell’ufficio immigrazione lo hanno rintracciato presso l’abitazione della moglie e lo hanno arrestato e condotto presso il carcere di Terni.   

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