Finisce in carcere da innocente, i giudici: vanno riconosciuti anche i danni morali e psichici

Accusato di estorsione e istigazione al suicidio, professionista ternano risarcito per ingiusta detenzione ma presenta ricorso. La Cassazione: “Anche un solo giorno di carcerazione patita da un innocente può causare seri danni”  

“Anche un solo giorno di carcerazione patita da un innocente può essere causativo di seri danni”. È uno dei passaggi della sentenza con cui i giudici della quarta sezione penale della Corte di cassazione scrivono una nuova pagina nella vicenda che vede coinvolto un professionista ternano accusato e poi incarcerato nell’estate del 2011 con le accuse di estorsione e istigazione al suicidio ai danni di un altro professionista della città.

Il professionista finì dietro le sbarre di vocabolo Sabbione per 15 giorni nell’agosto di otto anni fa. A settembre del 2016, processato con rito abbreviato, venne scagionato dal gip del tribunale di Terni “per non avere commesso il fatto”.

“Il 30 ottobre 2018 – così ricostruisce i fatti la Cassazione - la Corte di appello di Perugia ha accolto la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione (…). Il Tribunale di Perugia, affermato il diritto del ricorrente ad un’equa riparazione, ha liquidato al ricorrente la somma di 7.500 euro, in relazione ai quindici giorni di ingiusta detenzione (500 euro al giorno per 15 giorni) mentre ha rigettato la domanda riguardante le altre voci di indennizzo richiesto, in relazione al denunziato danno economico derivante dalla perdita delle società, ai lamentati danni psicopatologici ed all’onore ed alle spese che si indicano come sostenute per la difesa. Ha inoltre dichiarato interamente compensate le spese di lite”.

Decisione, questa della Corte d’appello di Perugia, contro la quale il professionista ternano ha presentato richiesta, contestando le decisioni dei giudici perugini che scrissero in sentenza che, ad esempio, “non vi è prova certa che le due società (…) nell’anno 2011 siano state cessate proprio a causa della carcerazione da lui subita per 15 giorni. Già la risoluzione di alcuni (ma non si sa tra quanti altri) rapporti di agenzia facevano riferimento in primis all’arresto del suo socio, ma non è dato sapere come e quanto abbiano poi nel tempo contribuito al declino economico delle due società, una delle quali era peraltro ancora in essere al momento della redazione della consulenza. I conteggi eseguiti in detta consulenza poggiano poi su alcuni presupposti del tutto indimostrati, relativi soprattutto alla possibile redditività di dette due società nei successivi 12 anni a venire in termini assolutamente ipotetici, che non tengono minimamente conto delle possibili evenienze economiche, del mercato e delle capacità e/o volontà persistenti dei loro operatori, giungendo così a conclusioni assai poco chiaramente esplicate e per nulla stringenti rispetto alla miriade di possibili varianti e, dunque, per niente probanti”.

La Corte d’appello ha giudicato dunque poco consistenti le consulenze che chiedevano che, oltre all’ingiusta detenzione, il professionista venisse risarcito anche sotto gli aspetti psicologici e morali.

Il ragionamento della corte territoriale – è scritto nella sentenza della Suprema corte - non resiste alle puntuali censure sviluppate nel ricorso: esso risulta illogico ed erroneo, fondato anche su ipotesi, non si confronta puntualmente con i plurimi dati documentali offerti dal ricorrente a corredo dell'istanza di riparazione. Quanto, in particolare, al danno economico, l’analisi della Corte di appello risulta connotata, come evidenziato nell’impugnazione, dal mancato approfondito esame della documentazione allegata dal ricorrente, in quanto da essa in effetti risulta: che gli articoli di stampa prodotti (quattro testate giornalistiche) danno atto dell’ampio risalto dato alla vicenda, con ostensione di nomi e di fotografie dei soggetti coinvolti; che numerose (diciassette) sono state le lettere di recesso dai mandati di agenzia; che alcune missive (sei) fanno espressamente riferimento alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto” il ricorrente” e “che le lettere di recesso sono tutte immediatamente successive, dal punto di vista cronologico, rispetto all’arresto”.

Nella sentenza, la Cassazione fa un rilievo particolarmente critico rispetto al passaggio della Corte d’appello in cui si parla di una detenzione durata “solo quindici”. “Convinzione che viene reiterata per tre volte nelle stesse pagina (…) così trascurando che anche un solo giorno di carcerazione patita da un innocente può essere causativo di seri danni”.

C’era dunque, secondo la Cassazione, la possibilità di accedere ad un risarcimento diverso rispetto a quello che è stato riconosciuto. E che ora dovrà essere rivalutato dalla Corte d’appello di Perugia.

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