Omicidio Polizzi, libero il killer Menenti. Il fratello della vittima pubblica le foto del cadavere: “Ecco come lo ha ridotto”

Un errore formale ha fatto uscire dal carcere l’autore della mattanza del giovane di Ponte San Giovanni. Francesco: “Ci ho pensato molto a queste foto, ma in Italia non tutto va come dovrebbe andare”

La vittima, Alessandro Polizzi

Riccardo Menenti, secondo la giustizia italiana, è l’autore materiale dell’uccisione di un giovane perugino, Alessandro Polizzi, dopo un blitz nell’abitazione che la vittima divideva con la sua fidanzata Julia Tosti, sopravvissuta per miracolo. Menenti è stato condannato all’ergastolo ma dopo 7 anni è stato rilasciato per una “svista” amministrativa.

Una “svista” che ha innescato un dolore talmente immenso e una ingiustizia - così la vive la famiglia della vittima - che ha portato Francesco, fratello di Alessandro, a pubblicare sul suo profilo di Facebook, dopo attenta riflessione, le terribili foto del cadavere di Alessandro scattate dagli investigatori poco dopo il raid mortale attribuito a Menenti. Un giovane che giace a terra, massacrato, in una pozza di sangue.

Con quelle foto, drammatiche e ormai pubbliche, ha voluto gridare al mondo che Alessandro merita giustizia e che tutti devono combattere questa battaglia, come è stato fatto per Stefano Cucchi il ragazzo morto dopo l’arresto da parte dei carabinieri. Storie differenti ma il coraggio di Ilaria, la sorella di Cucchi, ha ispirato in queste ore drammatiche Francesco che lotta per riportare in carcere quello che viene ritenuto l’assassino di suo fratello.

Così scrive dopo aver pubblicato le foto choc:

“Queste cose non dovrebbero esistere. Come la sorella di Cucchi per trovare giustizia devo affidarmi ai media e al popolo italiano. Trovare qualcuno che sia dalla nostra parte. Ci ho pensato molto a queste foto, ma in Italia tutto non va come dovrebbe andare. Corrono dietro a chi evade e non paga le tasse e lasciamo liberi gli assassini condannati all’ergastolo dandogli pure la possibilità di scappare. La corte di cassazione deve prendersi le proprie responsabilità!!!! Dopo 6 anni non possono essere liberati degli assassini per scadenza dei termini di custodia cautelare!!! Sei i processi sono lenti e ci mettono decenni non dobbiamo pagare noi vittime!! No!!!!!!! Vogliamo una risposta!!! Vogliamo giustizia!!! Condividete se possibile, so che sono immagini forti e crude. Ma rappresentano quello che è successo quella notte in quell’appartamento. Condivite il più possibile”.

Oggi la famiglia Polizzi ha annunciato che si recherà a Roma davanti alla corte di cassazione ed esporrà una gigantografia con il volto massacrato del povero Alessandro.

Aggiornamento

Come anticipato, la famiglia Polizzi oggi ha manifestato davanti alla Cassazione a Roma con cartelloni che mostrano il corpo martoriato di Alessandro. I familiari sono stati identificati dalle forze dell’ordine, che hanno anche fatto ripiegare quelle immagini. “Vergogna, vergogna”, ha urlato Giovanni Polizzi, il padre del ragazzo assassinato, contro gli agenti che gli chiedevano i documenti. “Ha ucciso mio figlio ed è fuori, e a me e alla mia famiglia venite a chiedere i documenti: vergogna”, ha detto ancora l'uomo. La madre di Alessandro è stata poi accompagnata in commissariato.

La donna ha poi spiegato che “avremmo dovuto chiedere l’autorizzazione per manifestare. Non lo sapevo. Pensavo che da libera cittadina potessi manifestare il mio dissenso e la mia rabbia senza dover chiedere nulla. Ho imparato una cosa nuova. Ora mi hanno dato l’autorizzazione per andare a manifestare davanti al ministero di Giustizia e per tornare qui davanti alla Cassazione nel pomeriggio. Voglio ringraziare gli agenti per la grande comprensione che hanno dimostrato. Davvero grazie”.

Con lei anche il figlio Francesco, che ha espresso tutta la sua rabbia: “È fuori, è uscito e potrebbe tranquillamente uccidere di nuovo, potrebbe rifarlo. È stato terribile. Lo ha colpito quando era già morto, crudele, brutale, e ora è libero. Finora non abbiamo mai manifestato, il nostro dolore lo abbiamo tenuto per noi, ma ora l'indignazione è troppo grande”.

Riccardo Menenti è uscito dal carcere di Terni il 10 gennaio scorso, come disposto dalla Corte d’assise d’appello di Firenze che aveva indicato questa data già nella sentenza emessa il 19 giugno dello scorso anno qualora non fosse intervenuta nel frattempo una sentenza definitiva. Nel frattempo, non c’è stata altra pronuncia: dopo i ricorsi in Cassazione presentati dagli avvocati di Riccardo e Valerio Menenti, l’udienza deve essere ancora fissata. Così Riccardo Menenti è tornato libero.

I suoi legali chiedono per lui il riconoscimento delle attenuanti generiche. “Riccardo Menenti in sei anni e mezzo è stato un detenuto modello: ha studiato sostenendo esami universitari, ha lavorato, non ha mai ricevuto un rimprovero. Pentito già da tempo, è cambiato profondamente. Ora fuori dal carcere, vive con ansia l’attesa di un nuovo verdetto che potrebbe cambiargli notevolmente la vita”, dice all’Adnkronos l’avvocato Giuseppe Tiraboschi, difensore di Riccardo Menenti. Il suo assistito, ricorda il legale, “è tornato in libertà da qualche giorno per decorrenza del termine della misura cautelare”.

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La sentenza dell’Appello-bis, celebrato a Firenze, ha confermato le condanne ma ha ridotto la pena (sedici anni e mezzo) al figlio di Riccardo, Valerio Menenti, per concorso in omicidio. “Abbiamo presentato ricorso in Cassazione ma l’udienza non è stata ancora fissata - spiega Tiraboschi - Chiediamo per Riccardo il riconoscimento delle attenuanti generiche e quindi un diverso conteggio della pena”. Che, ipoteticamente, potrebbe prevedere tra i 27 e i 30 anni. Comunque non sarebbe più ergastolo. Tiraboschi punta il dito contro la sentenza di Firenze, a suo giudizio “labile, contraddittoria, striminzita”: il delitto “o è efferato o non lo è, non può esserlo a seconda dei casi se prendiamo in considerazione aggravanti e attenuanti. Nonostante l’eliminazione delle aggravanti, è stato mantenuto l’isolamento diurno per 18 mesi. E comunque, a marzo fanno sette anni dalla vicenda, potevamo chiudere questo capitolo in Corte d’assise a Firenze e invece no. Ora vedremo in Cassazione”.

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