Cresce l'occupazione in Umbria ma c'è un prezzo da pagare: part time da fame, lavoratori sempre più poveri

La verità sociale e umana che i numeri sull'occupazione crescente in Umbria nascondono. L'analisi dell'economista Tondini di Agenzia Umbria Ricerche

Cresce l'occupazione femminile in Umbria. I dati parlano chiaro ma, al di là dei freddi numeri, il bicchiere resta comunque mezzo vuoto. E c'è da esultare moderatamente. "Perchè?": si domenderà il lettore a questo punto. Il perchè sta tutto nei mutamenti sulla qualità del lavoro, sulle ore effettivamente retribuite e "concesse" e sull'importo finale della busta paga. Cresce l'occupazione ma cala drammaticamente tutto il resto andando poi a incidere sula speranza di una ripresa economica e dei consumi in Umbria.

L'economista Elisabetta Tondini, dall'osservatorio di Agenzia Umbria Ricerche, analizza in maniera reale quanto valgano, in soldoni, quei dati sulla crescita dell'occupazione nella nostra regione e nel resto del Paese. "In estrema sintesi, è calata progressivamente l’intensità lavorativa per occupato, a causa della diffusione di rapporti di lavoro a orari ridotti, con carattere discontinuo, a termine e di breve durata. E' stato il lavoro a termine che ha fatto un considerevole balzo in avanti: nella regione, i 29 mila lavoratori dipendenti del 2018 in più rispetto al 2004 (l’anno di inizio di questo tipo di informazioni) sono per più della metà occupati con contratto a tempo determinato. In questa tendenza si inserisce un ulteriore elemento di fragilità, riconducibile alla effettiva presenza nel mercato in termini di ore lavorate: da questo punto di vista, la crescita vertiginosa del tempo parziale è senza dubbio l’elemento più rimarchevole verificatosi nel corso dell’ultimo quasi quindicennio".

Ecco dunque che il "nuovo" lavoro è meno retribuito, con meno garanzie di stabilità e meno pagato viste le ore effettivamente per cui si è impiegati. La parola chiave dunque è part time e per giunta a tempo determinato.  In Umbria, l’aumento dal 2004 al 2018 degli occupati totali (e dei dipendenti in particolare) è da attribuire segnatamente al già citato "part time": in quattordici anni, i 25 mila occupati part time in Umbria hanno ampiamente compensato la perdita di 7 mila occupati a tempo pieno, permettendo una crescita totale di 18 mila unità.

"In Umbria 68 mila persone hanno un contratto part time" ha ribadito l'economista Tondini "Il part time vanta – si fa per dire – una specificità femminile che si rafforza nel tempo, al punto che nel 2018 a lavorare con un contratto part time risulta essere una donna su tre (in Umbria oltre 50 mila su un totale di 155 occupate totali). Il più delle volte si tratta di una condizione non desiderata - ovvero accettata in assenza di un’alternativa a tempo pieno, da qui il nome di part time involontario - che, ancora, si caratterizza per una connotazione segnatamente femminile. Una donna su cinque che lavora per il mercato ha un contratto part time involontario. Sono dunque soprattutto le donne a lavorare per meno ore, e a uno stipendio ridotto".

Il part-time, la precarietà e il lavoro singhiozzo stanno a dimostrare come il mercato umbro sia debole anche in una fase di semi-ripresa. Si lavoro poco e si guadagna poco e questo alimenta il fenomeno del lavoratore povero: "Ovvero le persone - ha concluso l'esperto di Aur - che non riescono a garantirsi una vita dignitosa, pur con un impiego, soprattutto se giovani, soprattutto con figli, sono diventati i nuovi poveri, in Umbria come in Italia. In definitiva, l’occupazione cresce ma il prezzo da pagare non sembra poca cosa".

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