Coronavirus, la nuova Rivoluzione d’Ottobre: “Come si cambia, per non morire”

L’INTERVENTO | De Dominicis (Partito comunista): il virus mette quasi tutti sullo stesso piano, ma forse sono le classi più agiate ad essere più colpite. Perché operai, facchini e altri vivono ogni giorno l’emergenza della precarietà

Riceviamo e pubblichiamo un intervento sull'emergenza Coronavirus e i suoi impatti socio-economici a firma di Eduardo De Dominicis, militante del Partito comunista di Terni e operatore sanitario precario

de dominicis1-2Non è certo la prima volta, lo sappiamo tutti, che le parole della Mannoia del 1984 (“…come si cambia, per non morire….”) vengono abusate ironicamente per descrivere (o deridere) una particolare situazione socio-politica; ma stavolta sembrano proprio essere opportune, perché di morte si parla davvero.

Dall’ottobre del ‘19 un nuovo spettro si aggira per il mondo, quello di un virus che, come la livella di Totò, mette tutti sullo stesso piano. Certo, non tutti tutti, direte voi. Perché mi pare ovvio che lo smart worker (altra parola da aggiungere al dizionario del bravo colonizzato) abbia rischi ben minori dell’operaio costretto ad affollare strade, mezzi pubblici e luoghi di lavoro; altrettanto ovvio che il membro di un cda stia comodamente meglio di una piccola partita iva costretta alla chiusura.

Ma dal punto di vista meno razionale, più viscerale, forse sono proprio le classi più agiate ad essere le più colpite: eh già, perché noialtri l’emergenza la viviamo ogni giorno, quando ci fanno salire su di un’impalcatura senza le adeguate protezioni, quando non ci contano le ore effettive di lavoro, quando ci mandano a consegnare pizze con mezzi improbabili o quando ci tassano caro quello che alla grande distribuzione dei monopoli è gratuitamente passato dallo Stato. Ma per loro no, rischiare il lavoro e/o la vita ogni giorno è effettivamente una cosa nuova ed è triste constatare come un microrganismo acellulare in pochi mesi abbia fatto più della sinistra italiana in venti anni. Solo ora, infatti, le masse sembrano accorgersi dell’ingerenza dei profitti di pochi sulla qualità della vita di molti, dell’inutilità (se non la dannosità) di un’Unione europea siffatta, del valore dei pochi ma virtuosi Paesi socialisti rimasti e della meschinità del padrone a stelle e strisce che di notte porta via mezzo milione di tamponi italiani.

Ed ecco che si vedono borghesi invitare alla chiusura delle fabbriche non essenziali, amministrazioni liberali invocare aiuti a Cuba e Venezuela, capitalisti convinti lodare la sanità pubblica. Già, la sanità pubblica: quella sì che è una vera cartina tornasole per smascherare i veri volti che si celano dietro le belle parole di questi giorni. Non c’è stato uno, e dico uno, tra i governi o amministrazioni locali degli ultimi trent’anni, che non abbia apportato tagli alla sanità pubblica, favorendo (prima di nascosto, ormai palesemente) l’avanzata di cliniche private che sfruttano il lavoratore (il sottoscritto ne sa qualcosa) e offrono servizi cari e scadenti al paziente. In compenso, le spese pubbliche militari sono costantemente aumentate.

Questa sarà una strage, inutile continuare ad ascoltare i rassicuranti annunci governativi, perché si va a scontrare con un’arroganza dei mercati che non intende fermarsi neanche dinanzi alla morte e lo ha ampiamente dimostrato anche prima del Coronavirus. Le mappe del contagio sono perfettamente sovrapponibili con quelle del manifatturiero, ma il Governo continua a gridare ai runners (altro vocabolo di evidentemente necessaria contaminazione culturale) come nei Promessi Sposi di Manzoni si gridava all’untore. Ma secondo voi, le metropolitane stracolme alle sette di mattina che hanno fatto il giro dei notiziari, sono piene di sportivi? O sono forse piene di tutti quei proletari che per sostentarsi vanno a creare profitto ai vari Amazon & co?

Ma la notizia è fresca, e mentre sto scrivendo Amazon annuncia la sospensione di ogni spedizione in Francia e Italia di beni non necessari, Conte chiude ogni fabbrica. Per loro, solo per loro, la sensazione di precarietà è nuova, ed in questa nuova esperienza si livellano, come da De Curtiana profezia. Si, il Covid ha dato in un certo senso voce agli ultimi, non amplificandola in senso stretto, ma recando alle classi dominanti un messaggio ben più forte, l’esperienza.

Magra consolazione, se pensiamo a chi veramente ancora una volta, in silenzio e senza proclami, sta combattendo questa guerra (“…la vera prima guerra mondiale…”, la chiama Repubblica), ossia il personale sanitario pubblico e tutto il proletariato che gli gravita intorno, dai magazzinieri ai corrieri, dai portantini alle pulizie. Loro sì che sono vaccinati alla precarietà, ed hanno le spalle grosse per poter lottare ora che l’emergenza è per tutti.

Speriamo solo che quando tutto questo sarà finito, la livella non abbia lavorato così alacremente invano, e che qualcosa lor signori abbiano appreso, e che qualcosa noialtri abbiamo realizzato: se il proletariato si ferma, il padrone muore. Ma dell’avverarsi di questo augurio, ahimè, nutro i miei più forti dubbi.

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*militante del Partito comunista di Terni
e operatore sanitario precario

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