Giovani e lavoro, “anatema” della Chiesa di Terni: assunzioni senza merito, così le imprese non sono competitive

La relazione della Diocesi per l’Assemblea ecclesiale dell’Umbria: politiche attive non funzionanti, l’ingresso nel mondo del lavoro si basa con grande prevalenza sulla conoscenza personale, con un sistema non meritocratico che contrasta con il valore dell’uguaglianza delle condizioni di partenza

La crisi della società polarizzata, la crisi economica e la crisi della fede. Anelli di una stessa catena che imprigiona i giovani, le famiglie, i lavoratori, gli anziani e i ministri del culto. Per questo, la fotografia che la Diocesi di Terni-Narni-Amelia fa della stato della chiesa ternana in occasione della Assemblea ecclesiale dell’Umbria che si sta svolgendo in questi giorni a Foligno, on può che mettere assieme tutti i colori di una situazione che viene però tratteggiata a tinte piuttosto scure.

E uno dei passaggi più forti viene fatto al paragrafo 5 della relazione, quello in cui si parla di “Fede e vita. Per una fede concreta e incisiva: il lavoro, il tempo libero”.

L’analisi parte proprio dal riconoscimento del territorio come area di crisi complessa. Un passaggio che potuto “scongiurare o rimandare le crisi delle industrie a Terni” ma che è – allo stesso modo – segno tangibile di una ferita che continua a sanguinare.

“Per quanto riguarda la nostra città – rileva la relazione della chiesa ternana - i dati della Camera di commercio di Terni fanno il punto della situazione economica. In particolare, quello che maggiormente preoccupa è il tasso di disoccupazione giovanile che posiziona Terni al 23esimo posto della graduatoria nazionale con un non confortante 49%. Il dato è ancor più negativo se confrontato col 2004, anno in cui il tasso si attestava al 16%, dunque più che triplicato nel giro di pochi anni”.

La crisi dunque diventa ancora più forte se agganciata al tema della disoccupazione giovanile e se analizzata anche in base “ad alcuni temi legati al lavoro” che la diocesi così sintetizza: “Il lavoro nero, la disoccupazione, la tassazione del lavoro rispetto alle altre forme di reddito, le politiche attive del lavoro e le modalità di selezione e scelta del personale, i tempi di vita e i tempi di lavoro”.

Ampio spazio di riflessione viene perciò dedicato al tema dei giovani e del loro ingresso nel mondo del lavoro che, “in un contesto di politiche attive non funzionanti, si basa oggi con grande prevalenza sulla conoscenza personale, con un sistema non meritocratico che contrasta non solo con il valore dell’uguaglianza delle condizioni di partenza, ma anche con la valorizzazione dell’impegno personale dei giovani che si scontrano, all’ingresso nel mondo del lavoro, con un sistema che non premia il proprio sforzo. Tale mentalità diffusa contribuisce anche allo sviluppo di una modalità di rapporto umano sul posto di lavoro falsato dalle ragioni (di conoscenza, riconoscenza, amicizia, parentela) che hanno portato all’assunzione. La sostanziale assenza di politiche di premialità nella gran parte dei luoghi di lavoro contribuisce, insieme alle modalità di assunzione non meritocratica, alla scarsa competitività delle nostre imprese, che a sua volta genera un freno alle nuove assunzioni. È eticamente corretto ed economicamente produttivo che le politiche attive del lavoro investano nelle capacità e nei talenti dei nostri giovani, e per questo va completamente riscritto il capitolo dei servizi pubblici e privati che si dedicano alla selezione ed intermediazione del lavoro”.

Un quadro allarmante contro il quale l’unica risposta possibile è quella di “parlare di lavoro con lo sguardo degli insegnamenti del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo avere il coraggio di prospettare scelte nette anche se scomode, prendere posizione rispetto a ciò che eticamente riteniamo in linea con i nostri ideali anche e a maggior ragione quando queste si scontrino con la direzione che l’indirizzo politico e, ancor più, con le spinte incontrollate del mercato. Faremo quindi evangelizzazione nel mondo del lavoro se sapremo favorire e promuovere un vero ‘lavoro buono’: un lavoro che nasce nella meritocrazia, si sviluppa nel servizio, cresce in un sistema di tutele basato sulle esigenze familiari e si autovalorizza nella crescita personale in un contesto valoriale positivo e non individualistico”.

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