Parlateci di Bibbiano. Ma anche di Ovidio e di tutti gli altri. E lasciate stare la politica

L’inchiesta “Angeli e demoni” e i casi in Umbria: ecco perché su minori e servizi sociali è necessario fare chiarezza. Senza inutili campagne elettorali

Anche l’Umbria nel suo “piccolo” ha avuto un caso Bibbiano. Era il 5 ottobre del 2012 quando Ovidio Stamulis, 16 anni, venne ucciso a colpi di manganello nella sua casa di Pietrafitta (Perugia) dal patrigno, Pietro Cesarini. La verità processuale ha individuato in Cesarini l’unico responsabile di quell’orrendo delitto con una condanna a 30 anni di cella. Eppure, la vicenda di Ovidio avrebbe dovuto imporre anche una riflessione su minori, affidamenti famigliari, case famiglia e ruolo dei servizi sociali.

Perché Ovidio venne massacrato dopo essere rientrato in casa a seguito di un’udienza davanti al tribunale dei minorenni che stabilì che quello stesso giorno il ragazzo avrebbe dovuto lasciare la sua famiglia per essere accolto in una struttura. Dopo l’udienza, Ovidio venne riaccompagnato a casa e lasciato solo con Cesarini che sfogò la sua rabbia assassina sul ragazzo, lasciandolo esanime in una pozza di sangue.

L’inchiesta e i processi che sono seguiti non hanno ritenuto necessario approfondire il ruolo che i servizi sociali ebbero in questa vicenda. Posizione legittima, seppure contestabile. Meno legittimo è che il mondo della politica, oggi così pronto a scandalizzarsi sulla vicenda di Bibbiano e i presunti (siamo ancora nella fase istruttoria dell’indagine) scandali legati ad affidamenti e adozioni di minori tolti alle famiglie d’origine, all’epoca non fu animato dallo stesso sussulto di verità.

È vero: il caso di Ovidio non ha molto in comune con quelli di Bibbiano. Ma il tema di fondo è lo stesso. Si parla di minori, affidamenti famigliari e servizi sociali. Ed è un tema “nebuloso”. Non solo perché avere dei numeri è piuttosto complesso e, nel momento in cui questi sono disponibili, appaiono datati. Ma perché è lo stesso sistema a seguire meccanismi che sfuggono. Quando invece, la cura dei minori, specialmente di quelli in difficoltà e dunque ancora più indifesi, dovrebbe stare a cuore a tutti.

Chi oggi invoca l’intervento di una commissione d’inchiesta sul sistema delle case famiglia e degli affidamenti famigliari in Italia, ignora – o fa finta di ignorare – che una commissione parlamentare d’inchiesta c’è già stata ed ha concluso il suo lungo e approfondito lavoro poco più di un anno fa. Il dossier – pubblico e disponibile sul sito web della Camera dei deputati – dice ad esempio che i numeri di questo fenomeno “non sono sempre certi” e che i dati vengono “raccolti con difficoltà”.

Ancora, la relazione della commissione su infanzia e adolescenza dice che “il collocamento dei minori fuori dalla propria famiglia di origine per le conseguenze traumatiche sul percorso evolutivo dei minori e delle rispettive famiglie e per gli elevati costi sociali, deve essere sempre attentamente valutato e limitato nel tempo per quanto possibile e costituire l’ultimo rimedio cui si ricorre, qualora non vi siano alternative possibili nell’interesse del minore”. E nelle conclusioni viene auspicato di “privilegiare l’affidamento intrafamigliare rispetto al collocamento presso le comunità famigliari” e “di favorire – laddove possibile – il mantenimento delle relazioni con la famiglia di origine”.

Informazioni e linee di indirizzo già ci sono. C’erano prima che esplodesse lo scandalo di Bibbiano e ci sono oggi, nel momento in cui le tifoserie si scambiano accuse dagli spalti, senza considerare che la partita che si sta giocando è molto più importante di una manciata di consensi elettorali.

In Italia circa 30mila bambini e ragazzi sono in affidamento famigliare (in Umbria sono circa 450, a Terni circa 75) ma i dati disponibili – come detto – non sono aggiornati. Di questi, circa la metà sono ospitati in case famiglia ad un costo che, mediamente, si aggira attorno ai cento euro al giorno. Significa che i municipi italiani fanno fronte ad una spesa giornaliera prossima al milione e mezzo di euro. Questi soldi vengono pagati dalla collettività così come sulla collettività – in linea teorica – ricade la responsabilità e la tutela di questi bambini.

Ora, noi sappiamo che le criticità del sistema sono già note (perché rilevate da una commissione parlamentare e confermate dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza), che i costi sociali sono elevatissimi e che gli effetti dell’allontanamento dei minori dalle famiglie di origine potrebbero essere devastanti. Soprattutto, se il percorso di affidamento non viene adeguatamente supportato da psicologi e psicoterapeuti e soprattutto se le tutele nei confronti del minore non vanno di pari passo con la ricostruzione dell’ambiente famigliare. Perché il senso dell’affidamento famigliare è questo: ricostruire un ambiente sano in cui il bambino possa crescere e non “togliere” per sempre quel minore dalla sua famiglia.

C’è bisogno di mettere insieme tessere che già esistono e non di gridare allo scandalo sperando che la marea porti qualche voto. C’è bisogno di serietà e non di partigianeria. C’è bisogno di guardare davvero a cosa succede dentro questo mondo, di capire perché – piuttosto che le famiglie, così come vorrebbe la legge – i minori finiscono in comunità. C’è bisogno di lavoro e non di grida. Perché queste urla coprono i silenzi di tutti quei bambini che non riescono più nemmeno a chiedere aiuto.

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