Martedì, 23 Luglio 2024
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L’emergenza è diventata un’odissea: il pasticciaccio brutto delle case popolari a Terni

Ancora nessuna graduatoria per il bando scaduto il 10 settembre: l’ombra dei ricorsi degli esclusi e i criteri che rischiano di lasciare senza un tetto decine di famiglie: la situazione

Diciotto agosto 2023: Palazzo Spada, per bocca del vicesindaco di Terni Riccardo Corridore, annuncia che i senzatetto di ponte Carrara possono lasciare il loro giaciglio di fortuna e, per un mese, abitare in una casa vera a Rocca San Zenone. Nel frattempo, il comune ha pubblicato il bando per assegnare una decina di appartamenti in emergenza abitativa. Ventuno agosto 2023: si apre la procedura per partecipare al bando. Le famiglie possono presentare richiesta e accedere alla graduatoria. Procedura singolare, visto che mettere nella stessa frase emergenza e bando è un tantino contraddittorio. Ma comunque. Nove settembre 2023: ultimo giorno per presentare le domande al bando di cui sopra. Dopodiché, visto che si trattava di emergenza abitativa, si sarebbe proceduto alla verifica dei documenti e alla redazione della graduatoria. Sedici novembre 2023: la graduatoria ancora non c’è. E l’emergenza è diventata un’odissea.

In mezzo a questi novanta giorni ci sono state polemiche, accuse, marce indietro e un paio di commissioni che avrebbero dovuto chiudere la vicenda, senza riuscirsi. Tanto è vero che, la graduatoria al momento ufficiosa (sette assegnazioni su nove appartamenti disponibili e una quarantina di domande presentate) dovrebbe avere bisogno di una terza riunione per essere vidimata e – finalmente – pubblicata. Ma questo non sarà l’ultimo passaggio. Perché gli esclusi, al momento potenziali, anticipano la volontà di presentare ricorso. E quindi di bloccare tutto almeno per un altro mese. E la casa, in emergenza, potrebbe non arrivare neanche per Natale.

Ricorso, ok. Ma perché? La prima, grande, questione è l’articolo 29 del regolamento regionale in merito ai requisiti che devono essere posseduti per presentare domanda e tentare di vedersi assegnato un alloggio. Fra le varie richieste, c’è anche quella di “non avere riportato condanne penali passate in giudicato, salvo che non sia intervenuta la riabilitazione”. In buona sostanza, significa che se si ha la fedina penale sporca, anche per qualcosa accaduto vent’anni fa, e nel frattempo non si è stati riabilitati – l’istituto della riabilitazione ha tempi e, soprattutto, costi che magari chi sta in coda per una casa popolare non riesce a permettersi - non si può presentare domanda. E non lo può eventualmente fare neanche la moglie o il marito, perché il requisito “copre” tutto il nucleo famigliare. E dunque, le colpe dei padri ricadono sui figli e così via.

Ora, la questione ha acceso l’attrito fra Palazzo Spada e Palazzo Donini. Il Comune dice di avere applicato la legge, la Regione replica che l’amministrazione, soprattutto trattandosi di emergenza abitativa, avrebbe avuto una ampia discrezionalità. A dirla tutta, proprio perché emergenza abitativa, il Comune avrebbe potuto (o dovuto) procedere con una assegnazione diretta e non attraverso un bando. In più, la questione dei precedenti penali è di recente introduzione nella nuova legge regionale per l’edilizia residenziale. Poche altre regioni in Italia hanno dei criteri così stringenti. La Toscana, ad esempio, dice che chi ha commesso reati non può partecipare ai bandi, ma solo se a suo carico ci sono condanne di oltre cinque anni. Questo aspetto, però, avrà semmai dirette conseguenze sul bando “ordinario” per le case popolari che scade a fine dicembre.

Intanto, c’è da risolvere l’emergenza dell’emergenza. E dietro le pratiche che rimbalzano fra uffici e tavoli della commissione, ci sono “volti, nomi, persone e storie”, come diceva qualche giorno fa il vescovo di Terni, Francesco Antonio Soddu, parlando del “fiume di povertà” che scorre anche nella città dell’acciaio.

C’è Federico: disabile, moglie e tre figli. Che ogni mese deve fare il conto e decidere se pagare l’affitto o fare la spesa. C’è Francesca: vedova, due figlie, una è disabile. Sembra che la sua domanda non sia stata accolta perché in commissione c’è stato chi ha contestato la terapia che la Asl effettua con la figlia più grande. Prima non poteva avere una casa perché vent’anni fa aveva commesso uno sbaglio con la giustizia. Pagato, risolto, cancellato. Ma evidentemente, così non è per lei, per la sua famiglia e per tutte quelle finite in questa storia. Iniziata con il sogno di avere finalmente una casa e finita in un incubo.

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