Commercio, chiusure domenicali: il caos dei contratti dei dipendenti

Dal contratto nazionale al contratto individuale e ancora dal part time al full time. L'evoluzione dei contratti dal 1998 a oggi

"Nel mio contratto le domeniche non sono obbligatorie, ma se mi chiamano devo andare". Ternitoday ha parlato con molte persone che lavorano nel mondo del commercio e tutte hanno riportato una tipologia di 'obblighi' per quanto riguarda il lavoro, nei domenicali e nei festivi, diversa. "Io lavoro due domeniche al mese per contratto. Durante la settimana successiva ho un giorno di riposo". E ancora: "Io ho un contratto part-time, ma ho comunque l'obbligo di lavorare una domenica al mese. Certo ho un giorno libero durante la settimana, ma lavorando 4 ore, di quella domenica mi rimane poco e niente". 

Fare chiarezza in questo 'mare Magnum' di contratti diventa sempre più complicato. Con la liberalizzazione sfrenata del governo Monti sono nati una miriade di contratti, 'uno diverso dall'altro. Continua a esistere un contratto nazionale del lavoro, ma quale datore di lavoro lo applica quando può far firmare ai dipendenti dei contratti individuali, scritti su misura?

L'obiettivo del governo Monti era creare più posti di lavoro; idea chiaramente fallita. Massimiliano Ferrante della UilTucs spiega infatti che in questo modo non sono aumentati i contratti né c'è stato un prolungamento degli orari né nuove assunzioni. È rimasta la stessa turnazione, ma semplicemente vengono aperte meno casse. "Se ho 3 casse, ad esempio, e ne apro una al giorno anziché tutte e tre vorrà dire che potrò mantenere lo stesso numero di lavoratori". 

Per cercare di capire la situazione bisogna tornare a qualche anno fa, quando fu emanato il decreto legislativo 114/98. Dunque esattamente 20 anni fa. Ancora non c'era la liberalizzazione selvaggia di questi anni e con questo atto si regolamentava in modo chiaro e puntuale quante domeniche il dipendente dovesse lavorare all'anno. Nell'articolo 11, 'Orario di apertura e di chiusura' al comma 1 si legge: "Gli orari di apertura e di chiusura al pubblico degli esercizi di vendita al dettaglio sono rimessi alla libera determinazione degli esercenti nel rispetto delle disposizioni del presente articolo e dei criteri emanati dai comuni, sentite le organizzazioni locali dei consumatori, delle imprese del commercio e dei lavoratori dipendenti". Apparentemente sembrerebbe dare agli esercenti grande 'potere di scelta', ma non sfuggirà che oltre a dover sentire l'opinione di associazioni di categoria e sindacati, si dovranno seguire i criteri emanati dal Comune.

È proprio questo è uno dei punti cruciali. E arriviamo subito al comma 5 che recita: "Il Comune, sentite le organizzazioni di cui al comma 1, individua i giorni e le zone del territorio nei quali gli esercenti possono derogare all'obbligo di chiusura domenicale e festiva. Detti giorni comprendono comunque quelli del mese di dicembre, nonché ulteriori otto domeniche o festività nel corso degli altri mesi dell'anno". Quindi secondo il decreto i dipendenti avrebbero l'obbligo delle 4 domeniche del mese di dicembre e altre 8 domeniche o festivi spalmati per il resto dell'anno. Attenzione, una precisazione. Domeniche e festivi non sono la stessa cosa. Entrambi i giorni hanno una maggiorazione sullo stipendio, ma solitamente per le domeniche si parla di un 30 per cento, mentre per i festivi spesso la paga è doppia. Ovviamente nei festivi rientrano giorni come il 26 dicembre, primo gennaio, ferragosto... e nel caso della nostra città anche il 14 febbraio, il giorno di San Valentino.

Bisogna fare un'altra distinzione sui contratti. Infatti, ci sono quelli di cooperazione e quelli di commercio che hanno ovviamente delle clausole totalmente diverse, ma anche delle maggiorazioni totalmente diverse. Altra differenza è anche sul part time o sul full time. Per contratto nazionale, ad esempio, le domeniche spetterebbero solo ai full time, ma come raccontava la signora all'inizio, se scritto sul contratto individuale, anche a chi lavora solo mezza giornata spetta una domenica.

Quello che sarebbe auspicabile in questa grande confusione sarebbe una regolamentazione più stringente. "Per questo - ha spigato Stefano Lupi, presidente di Confcommercio - bisogna fare proposte intelligenti che riguardino le aperture domenicali. Noi, come Confcommercio, non diciamo che devono essere chiusi assolutamente tutte le domeniche. Prendiamo ad esempio il periodo di Natale. Da novembre in poi è ovvio che i commercianti incassino di più nei giorni festivi, ma perché è vicino alle feste. Per tutti gli altri periodi pensiamo che sia giusto fare un discorso ragionato che garantisca il servizio".

Le associazione di categoria sono d'accordo che questa liberalizzazione non ha portato a nulla perché il fatturato dei negozi non è cambiato. "Questa liberalizzazione selvaggia - ha affermato Stefano Lupi, presidente di Confcommercio - non ha portato nessun valore aggiunto, ha solo messo in difficoltà i piccoli commercianti". E ancora Daniele Stellati, presidente Confesercenti: "L'economia ternana non avrà ripercussioni se i negozi saranno chiusi la domenica. Dobbiamo sempre considerare che il commercio è un servizio. Spostando la vendita agli altri giorni della settimana, non si hanno differenze, l'incasso è lo stesso". Una riflessione in più la fa Mauro Franceschini, presidente di Confartigianato: "Bisogna fare una valutazione razionale e non emotiva di questa decisione e considerare quali potrebbero essere le ripercussioni sui posti di lavoro. Riusciremo a bloccare il commercio elettronico?”

Ma anche i sindacati sostengono che, dati alla mano, gli incassi non sono aumentati. "La gente prima che i negozi fossero aperti la domenica, si organizzava", ha affermato la UilTucs. "La domenica è fatta per stare in famiglia. Come non si può andare alle poste o non si può andare in Comune, non si va neanche a fare la spesa". Anche la Filcams Cgil batte molto sul fattore sociale. "Il lavoro domenicale porta grandi problemi alle famiglie. Sembra una stupidaggine, ma chi lavora part time la domenica, lavorando quattro ore, non potrà stare tutto il giorno con la famiglia. Inoltre potrebbero esserci delle spese perché potrebbero essere costretti a chiamare una baby sitter. Bisogna fare un discorso di equilibrio. Il nostro sogno è far chiudere la domenica. Bisogna ricominciare ad aprire tavoli di discussione seria".

Dalla Filcams Cigil riprendono poi il discorso dell'online. "Tutti pensano che chiudere la domenica voglia dire fare aumentare il commercio online. Non è vero, non è così che aumenta il commercio elettronico. A fare l'assist all'online è la mancanza di empatia. Quando si va nelle grandi catene non c'è nessuno che segue il cliente, non perché non vogliano ma perché l'azienda non dà ai dipendenti queste mansioni. È proprio questa mancanza di calorosità, di rapporto con l'altro a far preferire l'online. È recuperando il fattore umano e le competenze che il fatturato aumenta, non stando aperti la domenica". 

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