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“Sara può essere la madre di mio figlio”, la sfida di Maria Sole: sì alla maternità surrogata solidale

Nata senza utero, assieme al marito presenta ricorso al tribunale per ottenere l’autorizzazione ad una gravidanza solidale. Il Popolo della famiglia: si fa leva sull’emotività per sdoganare un illecito

“Sono nata senza l’utero, come seimila donne in Italia, condannate a non poter partorire. Adesso grazie alla generosità di Sara, potrò diventare madre anche io. D’accordo col suo compagno, ha accettato di portare in grembo il figlio mio e di mio marito. Gratuitamente, per generosità. Ho presentato un ricorso perché autorizzino questa gravidanza per altri, in cui non c’è un utero in affitto, non c’è sfruttamento, ma solo compassione e solidarietà”.

Maria Sole è nata 37 anni fa a Terni. Assieme a suo marito Sergio, 40 anni, e all’associazione Luca Coscioni, sta portando avanti una battaglia per il riconoscimento della maternità surrogata solidale.

La sua storia è stata raccontata anche qualche giorno fa dal quotidiano Repubblica. Ed è simile a quella di migliaia di altre donne in Italia. “Io sono nata senza utero – racconta Maria Sole al quotidiano - L’ho saputo a 15 anni, mia madre non mi ha nascosto nulla e così ho affrontato il problema: mi sono fatta operare a 16 anni, un mese in ospedale, per la ricostruzione della vagina e il tentativo, poi fallito, di connettere un piccolo abbozzo di utero. Da fuori ero uguale alle altre, ma io mi sentivo diversa, non avevo le mestruazioni e così portavo gli assorbenti che prestavo alle compagne perché nessuno scoprisse il mio segreto”.

Con l’assistenza dell’avvocato Filomena Gallo, Maria Sole e Sergio hanno presentato ricorso al tribunale di Roma per ottenere l’autorizzazione a una fecondazione in vitro e una “gravidanza solidale” che verrebbe portata avanti da Sara, sposata e già madre di due figli. Sara porterebbe dunque in grembo il bambino di Maria Sole e Sergio. Ma lo farebbe “gratuitamente”. Appunto, in maniera solidale.

Sulla vicenda, interviene Marco Sciamanna, presidente del Popolo della famiglia dell’Umbria, che ritiene che questa sia “la prova provata” del fatto che “sia che si parli di eutanasia, aborto, droga o utero in affitto, la tecnica di entrata non cambia: far leva sull’emotività per sdoganare un illecito ed in questo caso la prossima fermata sarà la compravendita di bambini. In Italia esiste la legge 40/2004 che vieta espressamente la surrogazione della maternità e la realizzazione, l’organizzazione o pubblicizzazione di tale pratica è punita con la reclusione fino due anni e una multa da 600mila ad un milione di euro. Quando il legislatore ha inteso regolamentare questa materia, sapeva che dietro la maternità surrogata esiste un business, una pratica schiavista che i lobbisti ‘coscioniani’ vorrebbero addirittura a carico del sistema sanitario nazionale”.

“In questa intima vicenda di una famiglia ternana – rileva Sciamanna - non c'è solo il desiderio di diventare genitori, c’è un figlio che in futuro potrebbe indagare sulla relazione materna di una gestazione (che la scienza medica studia con attenzione per gli aspetti biologici, neuro-psicologici ed anche immunitari) ed una donna che, dopo il parto, non dovrà mai più cercare quel bambino. Se qualcuno crede che si possa annullare tutto ciò per contratto, o se la magistratura rinuncerà a perseguire un reato, si sappia che né biologia e né scienza medica (tanto care all’associazione Coscioni e non meno al Popolo della famiglia) dimenticheranno facilmente scelte irragionevoli”.

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