L’allarme dei medici: possibile relazione tra inquinamento atmosferico e contagio da Coronavirus

Lo studio della Società italiana di medicina ambientale: il particolato atmosferico funziona da vettore per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I rischi del traffico e dell’arrivo dell’autunno per Terni

Tra i vari fascicoli che sono sul tavolo della task-force chiamata a gestire l’emergenza Coronavirus in Umbria, ce n’è uno con su scritto “autunno”. La probabilità che Covid19 torni a farsi vivo dopo l’estate – a patto che davvero se ne vada col caldo – pare piuttosto concreta. E sembra, ora, accompagnata da un rischio in più: l’inquinamento.

La Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha diffuso in questi giorni una “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”, elaborata assieme all’Università di Bologna e all’Ateneo “Aldo Moro” di Bari.

Lo studio si apre sottolineando che “riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione, vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (come Pm10 e Pm2,5)”.

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“È noto – scrive Sima - che il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus si ‘attaccano’ (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide e/o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze”.

Il risultato è che il particolato atmosferico può così costituire “un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni”. Infatti, il tasso di “inattivazione dei virus nel particolato atmosferico dipende dalle condizioni ambientali: mentre un aumento delle temperature e di radiazione solare influisce positivamente sulla velocità di inattivazione del virus, un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza”.

I medici citano poi alcune ricerche scientifiche che confermerebbero la correlazione tra virus e inquinamento. Nel 2010 ad esempio venne rilevato che £l’influenza aviaria può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus. I ricercatori hanno dimostrato che vi è una correlazione di tipo esponenziale tra le quantità di casi di infezione e le concentrazioni di Pm10 e Pm2.5”. Ancora, nel 2016 è stata provata una “relazione tra la diffusione del virus respiratorio sinciziale umano nei bambini e le concentrazioni di particolato. L’anno successivo è stata trovata conferma rispetto al fatto che “il numero di casi di morbillo su 21 città cinesi nel periodo 2013-2014 varia in relazione alle concentrazioni di PM2.5. I ricercatori dimostrano che un aumento delle concentrazioni di PM2.5 pari a 10 μg/m3 incide significativamente sull’incremento del numero di casi di virus del morbillo”.

“Sulla base di questa sintetica introduzione e rassegna scientifica – dice dunque Sima - si può quindi dedurre che il particolato atmosferico costituisce un efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali”.

Venendo al “caso Italia”, i medici evidenziano “una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 registrati nel periodo 10-29 febbraio e il numero di casi infetti da Covid19 aggiornati al 3 marzo”.  

Ulteriore prova deriva, secondo i medici, dal fatto che “la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana” ossia dove era più insistente la presenza di inquinamento atmosferico, “mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia”.

C’è di più: “Le curve di espansione dell’infezione nelle regioni (Figura 3) presentano andamenti perfettamente compatibili con i modelli epidemici, tipici di una trasmissione persona-persona, per le regioni del sud Italia mentre mostrano accelerazioni anomale proprio per quelle ubicate in Pianura Padana in cui i focolai risultano particolarmente virulenti e lasciano ragionevolmente ipotizzare ad una diffusione mediata da carrier, ovvero da un veicolante”.

C’è insomma il rischio che una ricaduta nel virus in autunno coincida con lo stesso periodo in cui il rischio inquinamento è più elevato, anche per una città come Terni che sta ingaggiando una battaglia importante contro lo smog, ma che deve ancora avere a che fare con le insidie delle polveri sottili ed ultrasottili.

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Per questo, la conclusione della relazione della Sima suggerisce: “Come già riportato in casi precedenti di elevata diffusione di infezione virale in relazione ad elevati livelli di contaminazione da particolato atmosferico, si suggerisce di tenere conto di questo contributo sollecitando misure restrittive di contenimento dell’inquinamento”.

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