Cosa resta dopo la morte di Gianluca e Flavio? Il problema del futuro dei giovani si lega a quello della città

A distanza di due settimane dalla tragedia della morte dei due ragazzi, le colpe sono state ben ridistribuite: droga, spacciatori, musica “trap” e poi la società. La realtà è che abbiamo un problema, grande, e si chiama futuro per i giovani e per Terni.

Gianluca e Flavio sono lì, li abbiamo davanti agli occhi e ci ricordano che per capire cosa sta accadendo bisogna andare oltre la droga, gli spacciatori, oltre la musica trap, oltre la consueta attitudine ad addossare colpe a qualcosa o qualcuno, senza vedere la profondità del problema.

Cosa spinge, ad esempio, un adolescente di oggi a mescolare una sostanza chimica come il metadone con dell’alcol, ossia due principi attivi che fanno a cazzotti nell’organismo umano e possono creare uno shock letale? Perché uno spacciatore vende del metadone, un farmaco tutto sommato utile perché dà la possibilità a molti dipendenti da eroina di condurre una vita “normale”? Quanto la musica “trap” si inserisce e fa leva sul disagio giovanile imponendosi come colonna sonora costante delle storie su Instagram, dei pomeriggi nei campetti di calcio o di quelli passati di fronte a un videogioco? Che scenario offre oggi una città come Terni per i giovani adolescenti che si affacciano al futuro?

Il problema ha a che fare con i giovani, la città e la sua identità

Da un punto di vista sociologico, il problema è decisamente articolato ma è fondamentalmente uno, e ha a che fare con la realtà socio-economica di questa città. In un recente articolo del sociologo Claudio Cippitelli, si menziona un report impietoso dell’economista Giuseppe Croce che mette a nudo la realtà: la media del tasso di disoccupazione dei giovani  ternani (15-24 anni) nel periodo 2014-2018 supera il 47 per cento. Tradotto in termini semplici, un giovane di Terni rischia di rimanere fuori dal mercato del lavoro 4 volte di più rispetto tutta la forza lavoro dentro quella fascia di età. L’emergenza da coronavirus, quindi, ha solo accentuato il problema, che ha a che fare con la progressiva perdita d’identità della città.

Una vocazione operaia che sta svanendo con lo smembramento delle attività produttive dell’acciaieria, del suo indotto economico. Una città che fa fatica a ridefinirsi e questa crisi di identità ricade rovinosamente sulle nuove generazioni. E allora il problema nazionale si fa locale: aumento dei neet (giovani che non studiano e non lavorano), si impenna la sfiducia nel futuro, si depotenzia il peso delle agenzie educative e delle politiche giovanili. Infine la liquefazione dei luoghi di aggregazione gratuita che possano “contrastare” il valore del consumo introiettato dai ragazzi. Se è vero che come adulti siamo responsabili dello svuotamento della speranza, non possiamo poi sorprenderci dei nuovi contenuti che i giovani hanno racimolato in giro per non sentire la disperazione. 

Il carosello delle "colpe"

È stato automatico, consequenziale, quasi scientifico addossare la colpa a un farmaco come il metadone, davvero utile e necessario nella sua unica ed esclusiva funzione di sostituto decisamente meno dannoso dell’eroina, invece che offrire delle motivazioni convincenti sul perché gli adolescenti abbiano sempre meno spazi di aggregazione sana a disposizione nei quali sperimentarsi, sempre meno riferimenti credibili e servizi in grado attivare dei percorsi di consapevolezza sul rischio del non ritorno da certi “esperimenti”.

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Insomma, il problema fa il giro e poi torna nelle mani degli adulti. Come tali siamo chiamati a rivedere il modo con il quale pensiamo di condurre alcune battaglie partendo dalle cause e non dagli effetti. E le cause, come sempre, ci parlano del rischio di un futuro che stiamo sottraendo, per distrazione o immobilismo, ai nostri figli.

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