Sfida quotidiana al pregiudizio, storie di donne che lottano per giocare a rugby

Placcare, finire a terra con la faccia nel fango e poi rialzarsi con il sorriso sul volto pronte a rifarlo ancora e ancora. Una passione da difendere tra una discriminazione e l'altra

Placcare, finire a terra con la faccia nel fango e poi rialzarsi con il sorriso sul volto pronte a rifarlo ancora e ancora. In Italia non sono tante le ragazze che scelgono di divertirsi così, ma a Terni queste ragazze ci sono o meglio c'erano. Erano le 'Iguane', o per meglio dire l'Umbria Rugby Ragazze. Oggi non esistono più. Si sono trasformate in 'Donne Etrusche'.

Una storia intricata, fatta di discriminazioni e ostilità è quella che hanno affrontato le ragazze ternane che hanno deciso di attaccarsi alla loro passione, il rugby. Uno sport troppo spesso considerato 'da maschi', uno sport che secondo i più le ragazze non possono praticare a meno che non siano maschi mancati o particolarmente in carne. "Ma dove vai tu con quel fisichetto?" è uno dei tanti commenti che le ragazze più minute si sono sentite dire.

Dalla discriminazione in un attimo si passa al pregiudizio. Una ragazza racconta di essersi sentita chiedere: "Ma sei l'unica etero in squadra? E ancora: "Tanto queste sono come quelle che giocano a calcio. Tutte lesbiche".

"Non saprei raccontare un fatto preciso in cui sono stata discriminata", racconta Linda (nome di fantasia, ndr). "Spesso questo genere di cose si 'materializzano' anche solo con uno sguardo o con un sorrisetto beffardo. Facendo questo sport ho colto la chiusura mentale di molte persone per quanto riguarda l'orientamento sessuale. Quando mi è stato chiesto 'Non hai paura a fare la doccia in mezzo alle lesbiche?' ho capito che il primo pensioro della gente è questo. Per quanto riguarda invece 'l'inferiorità fisica', non l'ho mai percepita nei confronti degli uomini, semmai nei confronti delle avversarie. Quando un uomo ride del mio passato da aspirante rugbista, rido con lui. Questo non mi offende. Rimango più offesa per la pochezza del genere umano quando non ripetta le libertà dell'altro".

"Giochi a rugby? Quindi sei lesbica", afferma Luisa (nome di fantasia, ndr). "Sembra quasi un calcolo matematico. Come dici che fai questo sport, il risultato per gli altri è necessariamente quello. Quando ti vedono finire nel fango però, mentre le donne rimangono della loro opinione, vedi cambiare l'espressione degli uomini. Dagli spalti ti fissano a bocca aperta. Ecco che da omosessuale ti trasformi in oggetto del desiderio".

"Alla fine siamo abituati a sentirci chiamare lesbiche", dice Sofia (nome di fanatasia, ndr). "Non è questo il problema, tanto la gente parla e parlerà sempre. Del resto non possiamo cambiar loro la testa. I veri problemi sorgono quando le discrimininazioni sono da un punto di vista sportivo. Ad esempio quando abbiamo giocato la finale del torneo di Montelago, il cronista, anziché commentare la partita come aveva fatto fino a quel momento con le squadre maschili, ha iniziato a dare giudizi sul nostro aspetto fisico, sulle nostre forme e sul nostro modo di muoverci. Ma in Italia il pregiudizio parte dall'alto. Basta pensare al 'Torneo 6 Nazioni'. Quando tocca alle squadre maschili le partite si giocano all'Olimpico, se si tratta di donne si disputano nel campo Mirabello; per capirci un campetto simile a quello del Campitello, cambiano solo i colori dei sedili!".

È proprio questo il nodo sella situazione, ed è proprio questo il motivo per cui le Iguane, almeno come squadra ternana non esistono più. Nel 2015 la squadra ternana di rugby femminile era ancora numerosa ragion per cui riuscivano a giocare a 15. Nel 2016 le giocatrici sono diminuite e le Iguane si sono trovate costrette a disputare solo partite di Coppa Italia perché si gioca a 7. 

Così le Iguane, per poter giocare in serie A hanno iniziato a viaggiare per cercare altre ragazze a cui unirsi e poter accedere al campionato più ambito. E ora si sono unite in franchigia con le 'Donne etrusche' una squadra formata da ragazze di Siena, Cortona, Perugia e Terni.

Il tempo che hanno passato giocando a Terni, come costola della società maschile, è stato un periodo particolare. Se inizialmente le cose andavano bene,  in un secondo momento la società non ha dato grande supporto alle ragazze che per cercare di andare avanti si sono attrezzate come meglio potevano. "Inizialmente - raccontano - l'unico fondo cassa che avevamo era quello delle multe. Allora abbiamo pensato di fare un calendario. Il primo che abbiamo fatto era in maschera ed era intitolato: 'Se il rugby fosse sempre esistito'. La vendita è andata bene e abbiamo deciso di farne un secondo. Questo del 2018 lo abbiamo chiamato 'Perché proprio il rugby?'. Ognuna di noi è protagonista di un mese e spiega perché ha scelto questo sport. Così riusciamo a pagarci i viaggi che dobbiamo fare per allenarci. Abbiamo provato, quando ancora facevamo parte della società ternana, anche a organizzare partite di rugby touch per cercare di trovare altre ragazze interessate. L'iniziativa è anadata bene, sono arrivate 20 persone per provare. Abbiamo fatto 3 incontri, ma dal quarto la società voleva far pagare la quota e quindi abbiamo smesso".

Prima delle 'Donne etrusche' le ragazze sono andate in prestito e giocavano a Monte Virginio. In questo anno non si sono presentate in campionato come 'Umbria rugby ragazze' e questo ha permesso loro di potersi svincolare dalla società. Infatti, uno dei principali problemi era quello del cartelllino. Le ragazze per poter 'abbandonare' la società dovevano compiere almeno 24 anni e non tutte arrivavano all'età richiesta. Ora essendo tutte libere hanno potuto spostarsi.

"È la nostra passione e per questo non ci pesa doverci spostare per gli allenamenti". Nel rugby, come in quasi tutti gli sport, è la testa che conta e a loro la determinazione di certo non manca. Come dice Francesca, la ragazza 'di giugno': "Perché mi dicevano che per giocare ci voleva il fisico, ma dovevano fare ancora i conti con la mia testa".

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