Docente universitario ternano vola alla New York University: "Nominato Emile Noël Global Fellow"

Prestigioso riconoscimento per Luca Castelli, ammesso al programma internazionale di ricerca con un progetto dal titolo ‘Between Unity and Federalism: Paths of Territorial Differentiation in the European Union’

Luca Castelli

Un prestigioso riconoscimento per Luca Castelli. Il docente universitario ternano infatti è stato nominato 'Emile Noël Global Fellow' presso il Jean Monnet Center della New York University - School of Law. Un programma di ricerca aperto agli studiosi di tutto il mondo, il quale prevede un iter di selezione articolato e complesso. L’application infatti, da ottobre 2018, si è conclusa nel marzo 2019. Sono stati scelti una ventina di ‘eletti’ provenienti da tutte le parti del pianeta, a seguito dei vari progetti presentati. Tra questi l’insegnante di diritto pubblico nel corso di laurea triennale in Economia aziendale, presso il dipartimento di economia di Perugia e nel corso di laurea in Economia aziendale, presso il polo scientifico didattico di Terni. Dal 1 settembre 2019 al 31 dicembre 2019 sarà parte integrante del Fall semester dell’anno accademico 2019-2020 dove comparteciperà attivamente a seminari, convegni, colloqui, vivendo la ‘School of Law’ in tutte le sue sfaccettature, condividendo la ricerca ad ampio raggio.

Il progetto di ricerca ammesso al programma

“Il progetto di ricerca con cui sono stato ammesso alla NYU si intitola “Between Unity and Federalism: Paths of Territorial Differentiation in the European Union”. Nasce da un panel che avevo organizzato a novembre scorso, nell’ambito della prima Conferenza della Sezione Italiana di ICON-S, l’International Society of Public Law. Prende le mosse da quello che sta accadendo in questo momento in Europa, che è attraversata da una forte spinta alla differenziazione territoriale”. I casi esaminati sono quelli della Brexit, Catalogna ed il regionalismo differenziato in Italia. “Allargare gli orizzonti di ricerca, il mio obiettivo preponderante. La dimensione nazionale non basta più: ciascuno di noi è contornato da istituzioni al di fuori del proprio stato. Le nostre ricerche, ovviamente, non portano alla creazione della stampante 3D o alla scoperta di una nuova molecola per bloccare la diffusione del tumore. Non hanno questo tipo di ricadute applicative – sottolinea il docente - Cerchiamo soprattutto di chiarire i termini di un problema che ci viene sottoposto e di proporre delle soluzioni convincenti, che possono tradursi nel suggerire una modifica legislativa o una nuova interpretazione di una certa norma. Descrivere, semplificare, convincere. Direi che questo è essenzialmente il compito del giurista. Il punto è che finora siamo stati alle prese con problemi nazionali. Soprattutto noi costituzionalisti. Perché il diritto è quello prodotto dallo stato e dunque la dimensione statale è stata l’orizzonte tradizionale delle nostre analisi e delle nostre ricerche. Ormai questa dimensione non basta più neppure nel Diritto pubblico – dichiara il docente universitario -  Le istituzioni pubbliche che quotidianamente incidono sulle nostre vite non sono più solo quelle statali. In un contesto di sempre più stretta integrazione economica, i cittadini di uno Stato sono soggetti alle decisioni prese dalle istituzioni di altri stati. E i governi al giorno d’oggi devono avere la fiducia non solo dei elettorati e dei loro parlamenti, ma anche degli altri governi e dei mercati. Quella che si chiama horizontal accountability. L’emergere di problemi che nessun ordinamento statale da solo può risolvere – l’espansione dei commerci, le crisi finanziarie, i cambiamenti climatici, le migrazioni – hanno evidenziato quanto siano diventati sottili i confini fra gli stati. Di conseguenza, in un mondo così interconnesso, non è più possibile studiare nessun fenomeno giuridico da un punto di vista solo nazionale. Tutto questo richiede un nuovo approccio anche verso la ricerca in questo campo, che deve sempre più allargare i propri orizzonti ed espandersi in una scala globale”

Un nuovo regionalismo per una nuova Europa

“C’è bisogno di costruire ‘un nuovo regionalismo per una nuova Europa’ in cui le regioni siano motori di integrazione e non di separazione. Io vedo due soluzioni – osserva Castelli - A livello nazionale facendo in modo che le regioni abbiano una voce più forte nei parlamenti nazionali, creando dei veri e propri senati delle regioni e delle autonomie. A livello UE dimostrando la necessità di una differenziazione anche nell’assetto istituzionale dell’Unione europea, per separare gli stati che vogliono realizzare una più stretta integrazione politica, dando vita ad una vera e propria Unione federale, da quelli che non vogliono più integrazione sul piano politico, ma sono solo interessati al mercato comune. E in questa Unione federale il comitato delle regioni – che è l’organo che rappresenta le regioni a livello europeo – dovrebbe diventare una vera e propria seconda camera del Parlamento europeo"

Ambito di ricerca del docente universitario

"Sono uno studioso delle autonomie territoriali e mi occupo soprattutto dei rapporti fra Stato-regioni-enti locali. Il mio primo libro del 2007 si intitola 'Prospettive di interpretazione e di attuazione della via italiana al federalismo' e si occupa delle innovazioni che hanno riguardato l’ordinamento italiano dopo la riforma del Titolo V del 2001 e che hanno fatto credere a molti – erroneamente – che fossimo diventati anche noi uno Stato federale. Nel 2008 ho curato un volume dal titolo 'Semplificare l’Italia. Stato, regioni, enti locali'. Nel 2010 ho pubblicato il secondo libro 'Il Senato delle autonomie. Regioni, modelli, vicende' in cui illustro le ragioni che depongono in favore della trasformazione del Senato in una seconda camera territoriale, che dovrebbe rappresentare – a mio parere – non solo le regioni ma anche gli enti locali. Sulla base di queste mie competenze sono stato chiamato nel 2013 come assistente di studio alla Corte costituzionale, dove mi sono occupato soprattutto del contenzioso fra Stato e regioni. È stata un’esperienza molto formativa, sia sul piano umano che professionale, perché mi ha consentito di coniugare l’approccio teorico dello studioso che studia il problema in astratto, con l’approccio pratico del giudice che deve risolvere il caso concreto al suo esame"

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