L’ultimo saluto a Don Edmund. Piemontese: “Una tempesta ha distrutto la vita del nostro caro. Increduli di quanto accaduto”

L’omelia del vescovo Giuseppe Piemontese: “La sua morte è l’ennesimo dramma, imprevisto, inaspettato e deflagrante del tempo del coronavirus”

Una grande folla ha partecipato alle esequie di Don Edmund Kamiski, scomparso domenica 26 luglio a seguito di un incidente stradale. Il piazzale antistante la chiesa di San Matteo a Campitello è stato gremito in ogni ordine di posto, rispettando tutte le normative anticontagio.

"Un temporale estivo, no, un tornado, una tempesta tropicale, improvvisa, repentina e distruttiva, ha seminato morte e disperazione e ha distrutto la vita del caro don Edmund in maniera violenta, brutale; e noi, lambiti da tale tempesta, siamo ancora increduli che don Edmund non sia più tra noi” ha dichiarato il vescovo Giuseppe Piemontese durante l’omelia. “Pur consapevoli della ineluttabilità della morte, abbiamo bisogno di tempo per adattarci e accettare un evento tanto tragico”

“La morte di don Edmund è l’ennesimo dramma – ha aggiunto -  imprevisto, inaspettato e deflagrante del tempo del coronavirus. I nostri territori non sono stati spettatori di tragici cortei di morti, ma la pandemia e la tragedia ci ha ugualmente colpiti, centellinando ad uno ad uno la scomparsa dei nostri cari, che abbiamo pianto e onorato con la preghiera, soprattutto con il sacrificio eucaristico nei tempi e nei modi consentiti.

“Proprio ultimamente la nostra Terni è stata colta da un sussulto tragico e imprevisto, un susseguirsi cadenzato di alcune morti, che hanno scosso migliaia di cittadini, legati da affetto, amicizia e stima per coloro che se ne sono andati. Vogliamo ricordarne solo alcuni: i due adolescenti, Gianluca e Flavio, morti nel sonno dopo aver assunto una miscela letale di metadone e altri veleni. Due famiglie che si sono ritrovate nella disperazione per la scomparsa improvvisa di due figli; centinaia di ragazzi coetanei gettati nello sconforto per la morte di due compagni di giochi e di avventure; due comunità cristiane ferite e smarrite per la perdita di due fratelli, appena sull’uscio della chiesa; una città intera preoccupata per l’incertezza delle politiche giovanili.

Prima che passasse il tempo del dolore e del lutto, senza aver potuto interrogarci su cause e rimedi, ecco che un altro lutto ha colpito la nostra città. La morte improvvisa e prematura del notaio Fulvio Sbrolli, professionista competente e lungimirante e nello stesso tempo cristiano generoso e illuminato, che ha operato per il bene della chiesa. Moltissimi cittadini lo hanno pianto. La città di Terni ha perso uno dei suoi figli migliori: un generoso, discreto e incisivo artigiano di cultura, di civismo e del tessuto comunitario. Era amico fraterno di don Edmund per la intensa e diuturna frequentazione.

Questa sera, davanti alla sua bara, non vogliamo tessere un elogio funebre, ma esprimere il riconoscimento e la gratitudine per il dono grande che il Signore ha fatto alla nostra chiesa e a ciascuno di noi che lo abbiamo conosciuto. Tanti, che hanno inviato messaggi di cordoglio e partecipazione, sono stati unanimi nel delinearne i tratti personali di uomo all’altezza dei tempi, di cristiano gioioso e di sacerdote zelante. Un uomo semplice, mite, sempre sorridente, spirito avventuroso, sportivo, laborioso, generoso, dal tratto signorile, con buone relazioni verso tutti.

Cristiano convinto, l’amore per il Signore è stata la forza che ha motivato le sue scelte e a Gesù ha dedicato la vita dalla giovinezza, rispondendo generosamente alla chiamata al sacerdozio; un messaggio di condoglianze lo si definisce: “Un vero testimone di Cristo”.

Sacerdote zelante. Ha lasciato la sua patria non tanto per venire tra noi, ma per annunciare il vangelo ovunque il Signore, tramite i superiori, lo inviassero. La sua esperienza missionaria in Africa a Ntambue nella repubblica democratica del Congo, ci dice questo. E il vescovo di Ntambue e alcuni amici hanno voluto rendersi presente con questa testimonianza: “Contento della sua missione, don Edmund si è inculturato subito e parlava bene la nostra lingua, Francese e Tshiluba senza problemi.

Ha accettato di vivere come noi, nella nostra povertà, ignoranza, guerra, senza paura o lamentazioni. Con tanta umiltà si è impegnato a lavorare nella pastorale, con semplicità e molta attenzione ai più poveri… Mangiava tutto come un africano e dormiva come loro, senza orgoglio, con tanta umiltà e discrezione, era disponibile a rispondere positivamente a qualsiasi domanda o problema dei Cristiani, si è africanizzato”.

Insomma, possiamo definirlo: sacerdote amante del vangelo, della Chiesa universale, uno spirito missionario, calato nella dimensione diocesana, ovunque si trovasse”.

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