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Lunedì, 25 Settembre 2023
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“Ho visto bambini morire e altri rinascere: averne salvati tanti, questo è il nostro più bel risultato”

Da Chernobyl all’Ucraina, passando per Congo, Brasile e Equador: oltre trent’anni di attività della fondazione Aiutiamoli a vivere che, da Terni, oggi può contare su circa 250 comitati attivi in Italia. L’intervista al presidente, Fabrizio Pacifici

Quasi 30 milioni di investimenti nel sociale in trent’anni di attività per una media di oltre 1.500 bambini ospitati ogni anno da oltre 33mila famiglie che in tre decenni si sono rese disponibili all'accoglienza. Sono alcuni dei numeri che servono da cornice alla fotografia del lavoro svolto dalla fondazione Aiutiamoli a vivere e che testimoniano come il “sogno” di aiutare i bambini vittime del disastro nucleare di Chernobyl sia poi diventato nel tempo un progetto concreto che oggi tende la mano a minori, famiglie, anziani, disabili. A chi, insomma, in diverse parti del mondo ha bisogno di essere “aiutato a vivere”. Tutto nasce da Terni ed oggi si ramifica in circa 250 comitati sparsi in Italia. Ne abbiamo parlato con il presidente della fondazione, Fabrizio Pacifici.

Nei prossimi giorni, la Fondazione ospiterà una delegazione del governo ucraino. Qual è il senso di questa iniziativa e quali obiettivi si possono ottenere?

“La nostra volontà è quella di metterci a disposizione per ricostruire l’ospedale dell’Oblast nella Transcarpazia e operare per l’attivazione del servizio di riabilitazione dei feriti di guerra. L’incontro dovrebbe avvenire entro i primi giorni di settembre. La delegazione del governo dovrà essere autorizzata dal presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, per questo non sappiamo ancora dire con precisione quale sarà la data esatta. Abbiamo comunque iniziato una raccolta fondi a tutti i livelli per avviare la ristrutturazione di un primo reparto dell’ospedale e l’acquisto dei macchinari necessari ad attrezzarlo. La stima dei primi costi si aggira attorno ai 250mila euro”.

Sempre restando in tema di Ucraina, state sviluppando un progetto che permetterà di accogliere i bambini provenienti da quel territorio. A che punto siete?

“Nei nostri progetti siamo soliti accogliere una quota pari al 50 per cento dei bambini provenienti dagli orfanotrofi e l’altro 50 per cento da famiglie indigenti. Le autorità ucraine ci hanno già posto un paletto: ci chiedono di ospitare bambini che hanno i genitori in guerra o che hanno avuto vittime dalla guerra. La fascia di età sarà sempre da 7 a 16 anni. Quando la delegazione sarà a Terni, firmeremo l’accordo. Intanto stiamo raccogliendo le adesioni: siamo già a circa 300 bambini da poter ospitare in tutta Italia e possiamo preparare le liste che dovranno essere autorizzate dai governi ucraino e italiano. Ogni gruppo sarà accompagnato da un interprete e un insegnante. A Polino in questo momento ci sono già mamme e bambini, ma solo con disabilità”.

Accoglienza dei bambini, tir della speranza, progetti in Africa, progetti contro l’alcolismo e per l’evangelizzazione dei giovani: in trent’anni avete portato avanti decine di iniziative. Qual è, se è possibile trovarlo, il più bel risultato?

“Abbiamo festeggiato i 30 anni lo scorso dicembre 2022 con una cerimonia all’istituto Serafico di Assisi. In questi anni di attività abbiamo salvato 600mila bambini dal disastro nucleare di Chernobyl. Siamo andati a lavorare in Congo, Palestina, Equador e Brasile oltre ai progetti in Bielorussia e ora in Ucraina. In ogni Paese abbiamo fatto azione di cooperazione, di sostegno dei bambini. In questa direzione sono andati i progetti per i niños di strada del Sudamerica o quelli a sostegno della maternità in Congo per salvare i figli dall’aids. In questo caso, ad esempio, il nostro impegno è quello di lavorare per l’autosufficienza della missione. Trovare tra tutti i risultati il più bello in generale è difficilissimo. Ci sono stati tanti drammi, tante perdite. Mi ricordo una bambina malata di fibrosi cistica in Bielorussia che è poi morta. Però da quel dramma abbiamo cominciato a sostenere dei bambini malati che grazie alle medicine hanno superato i 40 anni, a fronte di una mortalità che non faceva superare i 12 anni. Un altro caso che resterà impresso nella nostra memoria è quello di un bambino che morì a Terni dopo un trapianto per leucemia a Perugia. Da allora abbiamo lavorato molto sugli interventi di midollo non compatibile. L’ultimo ricordo è quello di un bambino che trovammo quattro anni fa in un angolino di un orfanotrofio in Bielorussia. Era privo di apparato genitale e questo per lui era un dramma, non solo fisico, in quanto veniva preso in giro anche dagli altri bambini. Oggi ha diciassette anni: l’ho portato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna dove è stato possibile ricostruire tutto, fino a fargli recuperare anche la capacità riproduttiva. Ecco, avere salvato tanti: questo è un bel risultato. Così come è stato bello vedere concluse mille adozioni in Italia”.

Facciamo un “salto” fuori dalla Fondazione. Nelle scorse settimane, dopo il taglio del reddito di cittadinanza, il sindaco di Terni ha parlato della possibilità di istituire un lavoro di cittadinanza. Nella sua esperienza da assessore a Palazzo Spada ha sperimentato una iniziativa simile. Ce ne può parlare?

“Per governare una città, devi conoscerla. C’è bisogno di una analisi del disagio e noi la facemmo per capire il fenomeno della disoccupazione e che danno produceva. Facemmo questo intervento istituendo un servizio di accompagnamento al lavoro che prendeva in carico i soggetti a cui veniva dato un compenso mensile di circa 200 euro. Queste persone venivano poi inserite in azienda e le imprese che si rendevano disponibili ricevevano un “bollino” che pote essere speso, in termini di punteggio, anche in caso di partecipazione ai bandi. Particolare attenzione veniva posta al ‘rigetto’, ossia al fatto che le persone inserite nei contesti lavorativi poi non riuscissero ad andare avanti. Certo, non tutte le ciambelle vengono con il buco: abbiamo avuto fallimenti ma anche successi. Ma Terni era diventato un punto di riferimento a livello nazionale nella gestione dei servizi sociali. Avevamo uffici di cittadinanza che erano le antenne del comune sul territorio. Tutto questo lavoro è stato gettato al vento e per me questa è una ferita che ancora sanguina”.

Torniamo alla Fondazione. Obiettivi per il futuro? Quali sono i progetti che oggi vi impegnano e che potrebbero presto vedere la luce?

“L’obiettivo principale è sempre occuparci dei bambini. Anche se il conflitto al momento blocca le nostre attività, siamo alla terza generazione di bambini bielorussi. Per questo stiamo lavorando, sempre dal basso, anche da un punto di vista diplomatico per far cessare questa scellerata guerra. Anche stamattina avremo fatto una cinquantina di spese on line, sfruttando una sorta di “triangolazione”. La proprietà dei centri commerciali in Bielorussia è tedesca: per questo le famiglie italiane fanno la spesa per tutto il mese alle famiglie, facendo il versamento di quanto dovuto in Germania. Poi, gli operatori sul territorio portano la spesa a casa delle famiglie. Trent’anni di storia non si cancellano per una guerra che nessuno vuole. La nostra attività va avanti anche a Terni: in città aiutiamo anziani e persone bisognose. Inoltre, stiamo puntando fortemente sui giovani: abbiamo attivato il servizio civile nazionale e internazionale con i ragazzi che mandiamo a sostegno dei progetti che abbiamo in Equador e Brasile”.

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