INTERVISTA - Pippo Franco torna in Umbria per l' "Ameria Festival": "Dobbiamo vincere il dolore ripartendo da noi"

L'attore presenterà sabato 17 ottobre ad Amelia il suo ultimo spettacolo: "Non ci resta che ridere". Un viaggio verso la riscoperta di sé stessi: "Ai giovani dico di essere il loro miglior capolavoro artistico. Riscoprite la bellezza".

Forse i "millenials" non sanno nemmeno chi sia ma a lui, da sempre un personaggio in controtendenza, non interessa e lancia anche a loro un messaggio chiaro: "Amate la vita, siate un capolavoro".

Pippo Franco, celebre pluriartista italiano, farà tappa ad Amelia il prossimo sabato 17 ottobre per l' Ameria Festival. Presenterà al Teatro Sociale il suo ultimo spettacolo "Non ci resta che ridere". Una pièce "pirandelliana" che parlerà di come gli esseri umani, nati felici, spesso vadano alla ricerca dell'insoddisfazione. Di questo e tanto altro abbiamo parlato nella nostra intervista esclusiva. 

Pippo, che rapporto ha con l’Umbria e più specificamente con il territorio della provincia di Terni?

Il legame con l’Umbria è per me imprescindibile. È il cuore del nostro paese. Sono legato a questa regione da sempre. Direi che non posso fare a meno di venirci di tanto in tanto. Ho anche avuto delle case a Massa Martana e a Collevalenza. Ho un rapporto di affetto particolare con Amelia perché ho lavorato a lungo, gomito a gomito, con d. Pierino Gelmini e per la Comunità Incontro. Per cui è un territorio che conosco bene e mi è caro.

Lei è attore, cantante, comico, cabarettista, umorista, conduttore televisivo, sceneggiatore, commediografo, regista teatrale. Pochi sanno che è anche pittore. Quali delle esperienze artistiche citate sente più affine?

Ogni aspetto della mia vita artistica e personale è correlato all’altro. Ad esempio un regista, che spesso ricopre anche il ruolo di autore, non può non conoscere la storia dell’arte, deve saper usare le parole, è tenuto a conoscere le tecniche di comunicazione. Sono tutti aspetti sinergici senza i quali non si arriva in profondità. In fondo, è quello che caratterizza l’artista e lo differenzia dal mestierante.

Se dovessi chiederle chi sono i suoi maestri, quali nomi farebbe?

Mi è davvero impossibile rispondere, direi che sono infiniti. Ho avuto rapporti con tutti i grandi pittori contemporanei. Ho studiato con Guttuso e con Turcato. Ho avuto rapporti di amicizia con Fellini e Antonioni. Ho avuto la fortuna di attraversare tutti i mondi. Poi, certamente, ci sono alcuni grandi maestri provenienti dalla vita comune, sconosciuti ai più, che spesso sono molto illuminati e lasciano il segno. 

La stagione del "Bagaglino" è stata gloriosa non solo per il teatro e la televisione, ma perché ha raccontato l’evoluzione di un paese attraverso l'umorismo. Come è cambiata, secondo lei, la modalità di fare comicità nel nostro paese? Esiste ancora una satira politica e di costume?

Secondo il mio punto di vista, la satira, nella sua accezione più ampia, esiste ancora. Non è cambiato nulla. Noi, all’epoca, abbiamo semplicemente interpretato il nostro tempo. Io continuo a farlo, anche adesso, affrontando gli argomenti che la nostra società ci mette di fronte agli occhi e sono tantissimi. La chiave per affrontarli nel modo migliore, per quanto mi riguarda, è sempre la stessa: l’ironia. L’ironia mi serve per arrivare a scavare più in profondità nell’inconscio delle persone.

Fra i vari personaggi politici del panorama attuale, quale potrebbe prestarsi per una caricatura divertente?

Quasi tutti, direi. Tranne pochissimi. Osservati da un certo punto di vista risultano, già così come sono, drammaticamente divertenti.

Parliamo del suo ultimo spettacolo che andrà in scena ad Amelia. Si intitola “Non ci resta che ridere". Una sorta di narrazione pirandelliana. Ci vuole raccontare un po’ il senso di questa pièce teatrale?

Pirandello è sempre presente nel nostro lavoro. Questa pièce in particolare, coinvolge un po’ tutti i mondi che ho attraversato. Si parla di arte, però da un punto di vista inconsueto, che porta il pubblico ad ascoltare argomenti dei quali raramente potrebbe sentir parlare in uno spettacolo. Potrei definire questa pièce come un viaggio all’interno di noi stessi attraverso alcuni stimoli che fanno riferimento proprio alla capacità di ciascuno di noi di guardarsi dentro per osservare la realtà con occhi diversi. Un atteggiamento nei confronti della vita che molte persone hanno perso, imprigionate da maschere, mascherine e convenzioni che conducono lontano dalle verità.

Ci ha parlato della sua amicizia personale con D. Gelmini. Gli ultimi fatti di cronaca di questo territorio, hanno racconato la morte di ragazzi giovanissimi a causa della droga. Secondo lei, perché i giovani fanno grande difficoltà trovare la strada della felicità?

La cosa più profonda che posso dire su questo argomento è che, se penso al passato, ricordo che le nazioni erano, mi lasci passare l’aggettivo, decisamente più “poetiche”.

Sapevano esprimere in modo più genuino, diretto, i valori fondamentali della vita. Oggi, il nostro paese in particolare, ha perso tutta la sua poesia, la sua capacità di generare bellezza. La cultura viene addirittura impedita. Quindi sono saltati proprio dei punti saldi, dei riferimenti chiari.

Saltando in aria alcuni valori fondamentali, ha preso il sopravvento la superficialità assunta a valore. Quindi l’esteriorità vale di più dell’interiorità. Per tanti giovani è più importante un aperitivo che stare in contatto con sé stessi. Non è per tutti così, ovviamente. Però il senso dell’esistenza della droga è il suo richiamo al sentirsi vivo, a lenire il dolore della mancanza di una prospettiva. E la facilità con la quale oggi si può ottenere, fa il resto.

Tuttavia ci sono, e non moriranno mai, altrettanti giovani che non solo comprendono il senso della vita, ma sanno gestire i richiami illusori delle sostanze e delle dipendenze, anche quelle di natura tecnologica. A loro il compito di aiutare quelli più vulnerabili e, insieme, salvare il mondo.

Chi la segue da sempre, ha notato una sua evoluzione anche personale oltre che professionale, che ha trasformato la comicità in ironia. Quanto, in questa sua evoluzione, è stata importante la riscoperta profonda della fede?

Per me la fede è quello stimolo primordiale, quella scintilla che dà il via, il senso e la forza di arrivare in profondità nelle cose della vita con maggiore profondità. È una vibrazione dell’anima, della quale già parlavano Platone e Aristotele prima di Cristo, che poi determina ogni scelta. Per me la vita distaccata dal rapporto con l’infinito non ha alcun senso.

Spesso parla della perdita di identità dell’uomo, che è diventato un codice a barre utile solamente al consumo. Secondo lei, soprattutto in questo periodo di crisi sanitaria che si somma a quella globale, da dove si potrebbe ripartire per rimettere al centro le persone e le relazioni?

Penso che sia necessario ripartire da una visione artistica della vita. Ovvero riappropriarsi di un assunto di base essenziale per ogni essere umano: la più grande opera d’arte che sia mai stata realizzata è la tua esistenza. Se non ripartiamo da qui e non capiamo la semplice ma immensa importanza del darsi valore come persone uniche e irripetibili, il destino sarà quello di sprofondare in una specie di palude dalla quale sarà difficile rialzarsi. Dobbiamo essere, ciascuno nel suo, il miglior capolavoro per sé stessi e per chi ci circonda.

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