La Terni che ‘muore’: Corso Tacito si svuota delle proprie attività commerciali. Serrande abbassate e locali sempre più vuoti

Scelte imprenditoriali o decisioni personali fino a nuove delocalizzazioni. La principale via cittadina offre sempre meno spunti per la clientela

foto di repertorio

Ripartire e contestualmente incentivare l’afflusso di persone nel centro cittadino. Un duplice obiettivo che l’amministrazione comunale si è prefissata individuando alcune misure di sostegno. L’utilizzo gratuito dei parcheggi a pagamento di superficie nell’area urbana (strisce blu) nei giorni di giovedì e venerdì dalle ore 17.30 alle 20 e per il sabato dalle ore 08 alle 20 ne è una prima testimonianza. Inoltre l’abbonamento gratuito per il servizio di bike sharing con modalità da annunciare. Come è noto l’emergenza sanitaria si è letteralmente abbattuta sul settore del commercio, soprattutto nella fase 1 di lockdown provocando naturalmente delle perdite ingenti per gli operatori coinvolti.

La Terni che ‘muore’: focus su Corso Tacito

Acquisire fiducia e consapevolezza sono due aspetti preponderanti per tornare ad affollare gli esercizi commerciali, ottemperando alle normative anticontagio. Il cliente, inizialmente diffidente, sta riprendendo confidenza con la normalità e progressivamente si rituffa nel praticare shopping, seppur con le dovute precauzioni. Ciò che emerge, nel cuore della città, è un lento quanto progressivo svuotamento di tali attività.

Andando a monitorare esclusivamente corso Tacito se ne computano ben otto di serrande abbassate con il rischio di vederne ulteriori nelle prossime settimane. Le decisioni sono molteplici: chi aveva già desistito nei mesi precedenti procedendo allo svuotamento degli scaffali. Chi invece ha deciso di delocalizzare e spostarsi verso i centri commerciali. Infine le scelte di mercato magari puntando su nuovi lidi e ambizioni da perseguire. Dalla storica gioielleria fino a negozi di abbigliamento, oggettistica, scarpe e videogiochi. Meno scelte a disposizione, minore l’attrattività per i clienti. Una riflessione che, a maggior ragione, deve essere esaminata in questa fase così delicata e collegata alla ripartenza post emergenza. La tutela di una categoria come quella dei commercianti è necessario per non far morire definitivamente il cuore pulsante del centro cittadino. 

Le attività a rischio secondo lo studio di Bankitalia

La sospensione delle attività non essenziali, imposta tra il 26 marzo e il 3 maggio, e prevista per contenere la diffusione della pandemia ha sottoposto le aziende coinvolte a un elevato stress finanziario. L’analisi di Economie regionali, effettuata dalla Banca d’Italia di Perugia, delinea uno scenario assai preoccupante per alcuni settori dell’economia di Terni e provincia.

In Umbria il 22,9 per cento delle imprese è risultato a rischio di illiquidità, un valore in trend con quello evidenziato a livello nazionale. Tale quota è eterogenea tra settori, classi dimensionali e di rischio. L’incidenza è sensibilmente superiore tra le microimprese (25,6 per cento) mentre, a differenza del resto del paese, le imprese grandi che non beneficiano della moratoria prevista dal decreto ‘Cura Italia’ sono a minore rischiosità (17,2 contro 26,3 in Italia). Si definiscono a rischio di illiquidità – è sottolineano nell’approfondimento - le imprese che, al termine di un periodo di sospensione dell’attività pari a un mese, registrano nelle simulazioni un valore negativo delle disponibilità liquide.

I valori più alti a Terni e provincia

Come è indicato nella ricerca: “I valori più elevati si registrano in provincia di Terni (28,9%) e tra i settori, nel terziario (26,8) in particolare per le imprese del commercio, dell’alloggio e della ristorazione”. Un elemento che dovrà essere monitorato con particolare attenzione nel breve-medio periodo in un comparto assai articolato che proprio dei mesi compresi tra primavera ed estate riesce ad ottenere i principali ricavi.  La percentuale di imprese potenzialmente illiquide cresce sensibilmente all’aumentare del grado di rischiosità. In Umbria tale quota supera il 30 per cento per le aziende classificate come rischiose o vulnerabili, valore quasi triplo di quello stimato per le imprese sicure.

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