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Stadio e clinica a Terni, ma la partita si gioca a Perugia fra business della sanità privata e riequilibrio territoriale

La struttura sanitaria prevista nel progetto del patron della Ternana, Stefano Bandecchi, potrebbe generare affari per venti milioni di euro l’anno. Ma serve il via libera nel piano sanitario regionale

La partita del nuovo stadio e, soprattutto, della nuova clinica a Terni è un derby con Perugia. Perché la cornice dentro la quale potrebbe svilupparsi il progetto del patron della Ternana, Stefano Bandecchi, che è pronto a tirare su un nuovo Liberati a patto che arrivi anche il via libera per una struttura sanitaria, deve fare i conti non tanto con permessi, modifiche urbanistiche e scartoffie che Palazzo Spada è pronto a concedere. Ma con una revisione del piano regionale sanitario e una più generale ridefinizione degli equilibri territoriali tra il capoluogo di regione e la città dell’acciaio.

La clinica prevista da Bandecchi dovrebbe avere 200 posti letto, la metà dei quali convenzionati con il servizio sanitario regionale. Attualmente, i circa 350 posti sanitari convenzionati sono tutti in strutture operanti nel Perugino. Sarebbe dunque necessario mettere mano al piano sanitario regionale – di prossima approvazione – e ridisegnare la “bilancia” delle convenzioni, spostando qualcosa anche su Terni. Facendo riferimento però a una struttura che ancora non esiste, o esiste soltanto su carta. Possibile o no?

Questo è una dei nodi tecnici e legislativi che vanno approfonditi. C’è chi dice che la legge sugli stadi, quella a cui fa riferimento patron Bandecchi, preveda questa opzione e che dunque è necessaria la volontà politica per compiere questo passaggio. C’è chi invece sostiene che questa formula non sarebbe percorribile, essendo la procedura dell’accreditamento sottoposta a processi rigorosi, alcuni dei quali verificano la qualità delle strutture e la loro conformità a standard ben precisi. Strutture che, ad oggi, non esistono.

Sciolti i nodi burocratici e legislativi, la politica dovrà poi fare i conti con il business della sanità privata. “Spostare” cento posti letto da Perugia a Terni, significa far migrare un affare che – a regime – vale almeno venti milioni di euro. Ed è dunque chiaro che, prima di mettere le mani su una cosa del genere, occorre tenere ben presente quanti e quali interessi si andranno a toccare.

C’è però un elemento che – in qualche modo – potrebbe essere utilizzato come strumento di “persuasione”. Gli “attori sanitari” accreditati presso la Regione Umbria sono circa 200. Si tratta per lo più di laboratori analisi, ambulatori e poliambulatori, oltre a strutture per anziani e per disabili. Le case di cura private si contano sulle dita delle mani. Il valore della spesa sanitaria privata in Umbria sfiora i 200 euro pro capite ed è tra i più bassi in Italia. L’incidenza della spesa sanitaria privata accreditata sul totale è del 9% (la spesa sanitaria regionale vale circa 1,7 miliardi di euro) a fronte di una media nazionale che si aggira attorno al 20%.

I margini, dunque, per dare più spazio al privato, ci potrebbero anche essere. Ma si tratta, appunto, di una scelta politica.

Scelta sulla quale è stato posto un ulteriore accento. Anche Perugia sta lavorando al progetto per la realizzazione di un nuovo stadio, il nuovo Curi. Investimento da 30 milioni di euro per un impianto da 20mila posti (limite valido per l’accreditamento Uefa che significa non solo Serie A ma anche gare internazionali) e soprattutto una “squadra” di investitori che non è soltanto privata. Al tavolo tecnico si è infatti seduto il Perugia calcio, ma assieme ad amministrazione comunale, Credito sportivo e Cassa depositi e prestiti. Anche in questo caso, si parla di un corollario di iniziative economiche che garantirebbero la sostenibilità dell’iniziativa. Ma di sanità, cliniche e convenzioni, neanche l’ombra. E sembra che qualcuno, a Palazzo Donini, questo l’abbia già fatto notare.

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