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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
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Prima il rifiuto delle case popolari, ora la “beffa” dei sussidi: “E il mese prossimo non so come pagare l’affitto”

Terni, la storia di Francesca: esclusa dal bando per l’emergenza abitativa, non può accedere al reddito d’inclusione perché la figlia disabile non ha il diploma. E neanche al reddito di libertà dedicato alle donne vittima di violenza, perché i soldi non ci sono

Questa storia, ad ascoltarla non ci si crede. Eppure è, tristemente, così. Vedova, due figlie: una è minorenne, l’altra è disabile. Inabile al lavoro con tanto di certificazione Inps, Francesca – che vive in affitto a circa 500 euro al mese - è una delle trentacinque persone escluse dal bando per l’emergenza abitativa che, promosso dal Comune di Terni, ha assegnato sette alloggi ad altrettante famiglie.

È rimasta fuori dalla graduatoria perché, secondo il parere della commissione tecnica, la sua condizione famigliare e la terapia che effettua con la figlia non rappresentano un criterio sufficiente per accedere a un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Contro questa decisione presenterà ricorso al Tar (per sostenere la sua battaglia domenica 14 gennaio è stata organizzata un apericena sociale presso il ristorante-pizzeria Materia prima di via Primo maggio a Terni con l'obiettivo di raccogliere i fondi da destinare alle spese legali). Intanto, però, pensava di poter fare fronte alle esigenze quotidiane.

Invece no. Perché, chiusa l’esperienza del reddito di cittadinanza, ha presentato domanda per accedere al reddito di inclusione. “Ho presentato la domanda, tra l’altro vedendo riconosciuti come requisiti tutti gli aspetti che invece non sono stati accolti per il bando per l’emergenza abitativa. Il problema però è un altro: il sistema non va avanti perché mia figlia maggiore, disabile, non ha il diploma”. Niente domanda e niente assegno.

L’ultima speranza si chiama reddito di libertà. Si tratta di un sussidio economico riconosciuto alle donne vittime di violenza. Perché Francesca, tra le altre cose, è assistita dal centro antiviolenza di Terni. Questo sostegno consiste in un contributo massimo di 400 euro al mese per un massimo di dodici mesi. Una goccia nel mare delle necessità, ma pur sempre qualcosa. “Anche per questo, ho presentato la domanda. Ma niente soldi, perché i fondi sono finiti”. Il reddito di libertà è alimentato in parte con risorse del Governo e in parte con soldi messi a disposizione degli enti locali. Ma, evidentemente, non bastano. Anche perché nel corso del 2023 le donne che si sono rivolte e prese in carico dal Cav di Terni sono state 153, per una drammatica media di circa una ogni due giorni.

Porte che insomma continuano a chiudersi di fronte a Francesca. “E il mese prossimo, non so come pagare l’affitto”.

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