Il racconto del medico ternano negli Usa: "In psichiatria sempre più pazienti ricoverati per stress da virus"

Parla Luca Pauselli, in servizio presso il Mount Sinai Health System di New York: “Nella gestione dell’emergenza, gli americani si sono ispirati a noi. Indelebile il giorno di Pasqua: ho visto morire cinque persone”

foto tratta da facebook

Il colosso privato ‘Mount Sinai Health System’ è il sistema ospedaliero dove presta servizio Luca Pauselli. Il giovane dottore, originario di Montecastrilli, dopo aver completato il percorso di studi tra il liceo Galilei e la facoltà di Medicina e Chirurgia di Perugia è approdato negli Stati Uniti nel 2014. La sua è stata una scelta di vita perché: “A quel tempo non avevo altre offerte in ambito accademico comparabili con quello che la Columbia University ed il dottor Compton mi stavano offrendo. Inoltre mi ero innamorato di New York City e volevo fare l’esperienza di viverci come residente

Ho ricevuto un’offerta di lavoro come Assistant Research Professor occupandomi di ricerca nell'ambito di schizofrenia, di programmi terapeutici specializzati per ‘recovery’ da malattia mentale grave per persone con svantaggi sociali (senza assicurazioni, senzatetto, disoccupati etc.) e dell’intersezione tra salute mentale e sistema giudiziario”.  

Un’ulteriore svolta per la propria carriera professionale: “Dopo tre anni di pura ricerca ho iniziato a sentire la mancanza della pratica clinica. Siccome avrebbe rappresentato un incentivo ho deciso di ripetere la specializzazione qui per poter praticare psichiatria clinica. Il 1 luglio 2019 da accademico sono tornato studente - esattamente come si può vedere nel telefilm “Grey’s anatomy” - presso il sistema ospedaliero “Mount Sinai Health System” che è il più grande sistema privato in città, totalmente ignaro di ciò che sarebbe accaduto a distanza di pochi mesi.

Il Coronavirus e l’esperienza di Luca Pauselli

“Ero di turno al pronto soccorso psichiatrico – racconta il dottore - quando il primo caso di coronavirus è stato identificato praticamente solo a qualche stanza di distanza da me. Nel giro di pochi giorni il numero di pazienti i quali venivano in pronto soccorso per sintomi respiratori cresceva esponenzialmente. Ero ancora in psichiatria, uno spettatore di quello che succedeva. Nel contempo seguivo le notizie in Italia e la preoccupazione aumentava vedendo l’inerzia del governo federale, nel prendere provvedimenti. Avevo già smesso di prendere i servizi pubblici di trasporto ed utilizzavo solo la bicicletta o Uber per spostarmi. In ospedale non avevamo ancora dispositivi di protezione personale a sufficienza e talvolta si doveva discutere con il personale amministrativo per ottenerli.

La situazione – dichiara Luca Pauselli è deteriorata così velocemente che i ricordi si sovrappongono. Ricordo che giovedì 26 marzo mi sono offerto volontario per essere riassegnato a medicina per trattare pazienti Covid. Il giorno dopo ero già stato arruolato e avevo il mio orario con turni di dodici ore al giorno per iniziare il lunedì. Durante il fine settimana i due ospedali, in cui presto servizio, erano stati completamente re-indirizzati, con reparti completamente dedicati a pazienti Covid, altri misti (con la nota che sarebbero diventati Covid). I reparti specialistici chiusi tranne ostetricia e ginecologia e mezzo reparto per chirurgia. Il mio orario era a cicli di 4 giorni da 12 ore e 4 giorni di riposo. Il primo ciclo fu molto impegnativo per il numero di pazienti che stavo trattando ma con diversi lieti fine. Per il secondo ciclo il carico di pazienti non era impossibile e per la maggior parte dei pazienti non impegnativo.

Alcuni erano in condizioni stabili in fase di miglioramento, in attesa di essere al sicuro a casa una volta dimessi, per gli altri l’unico mio compito era di rendere quelle ore il più umane possibile, di mantenerli nel maggior confort durante il loro passaggio e di cercare di facilitare la conversazione con i familiari che sentivano da uno sconosciuto aggiornamenti sullo svolgersi negativo degli eventi. Il giorno di Pasqua – ricorda - cinque dei miei sette pazienti se ne sono andati durante il mio turno, una giornata che resterà indelebile nella mia memoria”

La situazione negli States a livello epidemiologico

“Il flusso di pazienti si è ridotto di due terzi rispetto a fine marzo. Finalmente nel pronto soccorso generale si vedono di nuovo mal di testa, crampi addominali o slogature che per diverse settimane sembravano presentazioni scomparse. In psichiatria invece vediamo un incremento di pazienti che vengono per scompensi legati allo stress di questo momento, alla paura del contagio, alle difficolta della convivenza e se questo è accertato negli adulti lo è ancora di più tra bambini ed adolescenti. In generale la situazione negli USA è stabile, che nel caso di una pandemia non è un segno cosi entusiasmante. Se è vero che non si vuole che i numeri aumentano, l’obiettivo dovrebbe essere che le statistiche diminuiscano. 

Credo – afferma il dottore - che il governo federale abbia una responsabilità fondamentale nei numeri raggiunti in questa catastrofe preannunciata. Anche i singoli cittadini non sono da meno, soprattutto nella destra repubblicana c’è una spinta alla riapertura a tutti i costi in nome di un’economia che deve ripartire e a non utilizzare mascherine in nome di una libertà personale di autodeterminazione del proprio corpo. Lo stato di New York in questo rappresenta un’eccezione. Il governatore Cuomo ha guidato lo stato in questa crisi realizzando l’appiattimento della curva dei contagi e delle ospedalizzazioni battendo tutte le previsioni delle maggiori università e della CDC. I newyorkesi sono stati per lo più ligi ai dettami per l’isolamento il distanziamento e l’utilizzo di mascherine".

Coronavirus in Italia

“La percezione iniziale è stata quella di un paese che non aveva coordinamento in quello che era un’emergenza nazionale. Ero preoccupato per la mia famiglia soprattutto alla notizia che uno dei primi due casi in Umbria risiedeva a Montecastrilli. Inoltre per i miei colleghi sparsi per l’Italia e mi sentivo un po’ codardo a non essere in prima fila con loro, soprattutto quando qui ancora il virus non ci aveva colpito come in Italia. Quella degli americani nei nostri confronti è passata dall’incredulità che un paese del primo mondo come l’Italia possa essere messo in ginocchio da un virus, al chiedersi se un sistema sanitario pubblico come quello italiano sia davvero la soluzione migliore. Infine siamo stati di ispirazione per la nostra resilienza ed in tutta New York come in Italia, alle 7 tutti si affacciano e fanno sentire il loro supporto per chi è in prima linea”.


Il ricordo di Terni

“Sono cresciuto a Terni, i miei lavoravano a Piazza Valnerina e dalle scuole medie per tutto il liceo ha rappresentato la mia città. Quando torno di solito spendo la maggior parte del tempo a Montecastrilli, ma riservo sempre un po’ di tempo per almeno una passeggiata in centro. Non ho seguito troppo da vicino la cronaca locale. Di certo sono orgoglioso che i provvedimenti adottati hanno fatto sì che la nostra regione sia tra quelle con il minor numero di casi.

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Capisco il malcontento dei piccoli e medi imprenditori per questa prolungata chiusura che ha messo alla prova la sopravvivenza di molte realtà. Purtroppo - conclude - in queste circostanze nessuna soluzione è ideale. Chi ci governa è chiamato a prendere decisioni che dovrebbero andare al di là delle logiche di partito, al di là dell’interesse di singole entità per favorire la salute e il bene comune”.

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