Le bombe, gli alleati e i tedeschi e una storia da “riscrivere”: Terni sotto la Repubblica sociale

Scritto da Vincenzo Pirro e pubblicato dal figlio Danilo, il libro racconta la città tra il 1943 ed il 1944: “Storia e politica sono due cose molto differenti”

Terni e la sua provincia sotto la Repubblica sociale (1943-44) è un libro agile e ricco di notizie, lontano dalla retorica che ammanta il dibattito storico-politico sull’Italia in guerra. Scritto da Vincenzo Pirro e pubblicato dal figlio Danilo, si richiama per ampi tratti a quella zona grigia di italiani vicini al fascismo per convenienza così come alla resistenza, ben descritta da Renzo De Felice.

Un volume che potrebbe non incontrare il gradimento generale e che potrebbe suscitare critiche. Come nasce e perché ripubblicarlo?

“Il libro viene essenzialmente ripubblicato per un lavoro che sto portando avanti di valorizzazione dell'opera di Vincenzo Pirro ed è integrato con documenti ora a colori che nella versione degli anni ‘90 non erano presenti”.

Gli italiani chiamati al lavoro obbligatorio preferiscono l’organizzazione Todt perché paga meglio, è un esempio di zona grigia secondo De Felice, di opportunismo italiano?

“Gli italiani si adattano alle situazioni in un clima di ‘sopravvivenza’ e a volte di ‘indifferenza’ al tipo di potere politico. Questo continua ad avvenire anche dopo la liberazione della città da parte degli Alleati. A parte queste considerazioni, sull’argomento del consenso al regime durante la Repubblica sociale italiana mancano studi specifici, anche probabilmente in mancanza di documentazione. Bisogna considerare che il giornale Acciaio, organo ufficiale del PNF di Terni, termina le sue pubblicazioni inspiegabilmente nei primi giorni del luglio del 1943 e il giornale che gli ‘succede’, Prima Linea, è ben più scarno relativamente alla vita politica e sociale della città”.

Nelle pagine del libro emerge con chiarezza la scarsa affidabilità, nonostante i richiami alla difesa della Patria, dei funzionari pubblici che ormai attendono l’arrivo degli Alleati e imbrigliano i tedeschi con la burocrazia. Possiamo far passare questa situazione come antifascismo?

“È ovvio che venti anni di potere politico monocolore abbiano costituito una classe dirigente fedele al partito, a cui deve la propria carriera e un’altra che vive nell’insofferenza dei privilegi ottenuti da questi ultimi. Il fascismo ha cercato il più possibile negli anni di penetrare nella macchina della pubblica amministrazione, incontrando però delle difficoltà dovute anche alla presenza dell’autorità monarchica nella macchina dello Stato. La fine politica del regime il 25 luglio del 1943, le continue disfatte belliche, i bombardamenti, la fame, hanno segnato anche la fine del consenso degli italiani al regime e la necessità di porre fine anche alla disperata avventura della Repubblica sociale italiana”.

Tra gli spunti che si colgono leggendo il volume ci sono gli elementi dell’inconsistenza del fenomeno partigiano in Umbria, con una narrazione molto lontana dalla retorica resistenziale. Due modi di fare storia molto diversi: da un lato i documenti, dall’altro una narrazione celebrativa?

“La storia e la politica sono due cose molto differenti. In alcuni casi si è confusa la ricerca storica con la narrazione politica. La storia è un atto scientifico, che si basa sulle fonti e solo a quelle deve rispondere. La politica ha come fine ‘il governo di un popolo’. E per governare bisogna dare una visione, un sogno, e fondamentale è, quindi, l’acquisizione del consenso, che si fonda sulla propaganda, sul mito e non di certo sulla verità. La Resistenza è considerata da alcuni il mito fondante dell’Italia del secondo dopoguerra. Qualcuno l’ha definita ‘secondo Risorgimento’, offuscando il Risorgimento quello vero, perché patriottico, nazionalista e anticlericale. Riscrivere la storia, anzi direi scrivere la storia, spesso mette in luce verità completamente differenti da quelle narrate che spesso si fermano alla dicotomia ‘buoni’ contro ‘cattivi’. C’è poi chi cerca di confondere le acque appellandosi alla cosiddetta ‘storia orale’, ovvero intervistando i personaggi protagonisti di un epoca. Le interviste sono sicuramente suggestive, ma rappresentano un punto di vista, una memoria, e in alcuni casi sono platealmente smentite dalle fonti documentali. Il merito della ricerca storica di questo campo non sta in capo agli accademici o alle tante istituzioni storiche ‘ufficiali’, ma ai piccoli ricercatori di provincia. Che negli anni hanno rovistato negli archivi, nelle soffitte, nei fascicoli giudiziari, trovando documenti che ribaltano completamente certe narrazioni ufficiali. Uno di questi era Enrico Carloni, figlio di Maceo Carloni, ucciso dai partigiani il 4 maggio del 1944”.

Capitolo bombardamenti. Possiamo dire che Terni è una delle città in cui si sperimenta la decisione anglo-americana di terrorizzare la popolazione, colpirla duramente per fiaccarne la resistenza, senza distruggere l’impianto industriale?

“Se uno legge i rapporti ufficiali dei bombardamenti Alleati su Terni, l’obbiettivo classico è ‘Marshalling Yards’ ovvero lo scalo ferroviario. In realtà, gli obiettivi colpiti sono principalmente dentro la zona abitata e non penso per scarsa mira. Gli americani avevano un sofisticato sistema di puntamento sui B-17 chiamato Norden, che permetteva una certa accuratezza nelle missioni. Il bombardamento dell'11 agosto del 1943 viene presentato alla stampa americana come bombardamento finalizzato ad indebolire la parte logistica e industriale della città e anche nella pubblicità per l’arruolamento nelle forze aeree Usa si celebra l’efficacia nelle azioni contro gli apparati industriali dell’Asse. La realtà è ben diversa ed appare dettagliatamente descritta nel volume The effects of strategic bombing on german morale pubblicato dal segretario alla guerra degli Usa nel 1947. In questo rapporto si indica chiaramente la popolazione civile come obiettivo per fiaccare e indebolire i governi nemici. Strategia che nel nostro caso doveva portare alla resa incondizionata. Il bombardamento dell’11 agosto del 1943 di Terni sembra essere espressione di questa linea strategica. La doppia ondata permette di colpire in maniera massiva la popolazione, che uscita dai rifugi dopo il primo attacco, viene nuovamente colpita poco dopo. L'11 agosto del 1943, cessato l’allarme, arrivarono a Terni provenienti da Villa Ada, i Savoia. Questo suppongo sia l’unico caso in Italia, di visita dei reali in una città di provincia dopo un bombardamento. Probabilmente un attacco di tale potenza era inaspettato dalla diplomazia italiana, vista la destituzione di Mussolini e l’avvio delle trattative per l’uscita dell’Italia dal conflitto. Vi è poi il tema dei mitragliamenti sui civili che viene descritto, per fare un esempio, nell’articolo di giornale (Corriere della Sera) dedicato al bombardamento dell’11 agosto del 1943. Le azioni di mitragliamento sulla popolazione rafforzerebbero la tesi ‘terroristica’ delle azioni degli Alleati. Sul tema, però, non ho trovato riscontri documentali. Immagino improbabile che una fortezza volante effettui mitragliamenti a bassa quota, è più possibile che queste azioni siano state effettuate dai caccia di scorta delle missioni”.

Al passaggio del fronte, tedeschi e inglesi vengono descritti dalla popolazione come razziatori: il destino dei vinti?

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“I tedeschi attuavano essenzialmente azioni di sabotaggio per impedire l’avanzata degli anglo-americani e garantirsi la fuga a nord. Gli Alleati svolgono un’azione di tutela degli impianti industriali attraverso i propri contatti sul territorio, già prima del loro ingresso in città. Una volta sul territorio, come documentato nell’Archivio dell’Allied Control Commission, gli anglo-americani non hanno un rapporto ‘idilliaco’ con la popolazione. Abbiamo vari casi, sempre sanzionati, di comportamenti non proprio esemplari nei confronti della popolazione civile. Esistono casi di violenze degli occupanti e addirittura di diserzione per attività di razzia da parte di soldati britannici. Questo capitolo sull’occupazione Alleata è attualmente in fase di studio da parte del sottoscritto, ed è la continuazione ideale del libro di mio padre che si chiude proprio con la ritirata dei tedeschi da Terni”.

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