Il piano “segreto” del ministero per il tribunale di Terni

Così la riforma del diritto fallimentare rischia di cancellare il palazzaccio di Terni. I dettagli della norma, le conseguenze sulla città dell’acciaio e le date da tenere a mente

Il tribunale di Terni

C’è una data che potrebbe segnare l’inizio della fine del tribunale di Terni: 14 novembre 2018. È questo il termine ultimo che il Governo ha per esercitare le deleghe attribuite all’esecutivo dal ddl – divenuto legge – che ha riformato il diritto fallimentare e le procedure di insolvenza. Ed è entro questa data che i timori sul futuro prossimo del palazzaccio ternano potrebbero trasformarsi in fatti molto concreti. E con conseguenze piuttosto serie.

La riforma

Introdotta alla fine dello scorso 2017, la riforma del diritto fallimentare divide, sostanzialmente, le competenze sulle procedure di insolvenza in tre macro gruppi. Per i grandi gruppi di imprese, la competenza di merito spetta alle sezioni dei tribunali delle imprese istituiti presso i capoluoghi di distretto. Per le insolvenze dei privati – introdotte da qualche anno e che rappresentano una percentuale residuale del monte complessivo del lavoro – sono competenti i tribunali ordinari. Per la cosiddetta “fascia intermedia”, il Governo è delegato ad individuare, con un proprio decreto, le strutture competenti che dovrebbero corrispondere a determinati parametri. Primo fra tutti, quello di poter disporre di un organico di magistrati di carriera che dovranno occuparsi soltanto di questo settore compreso tra 6 e 8.

Le conseguenze per Terni

Una apposita commissione, la commissione Rordorf, ha lavorato alla necessità di declinare sul territorio le indicazioni della legge. Elaborando un piano che è finito direttamente nel cassetto dell’allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e che le elezioni di marzo hanno sospeso in una specie di limbo. Il piano “segreto” del ministero – partendo dalle caratteristiche oggettive del tribunale di Terni – prevede che la competenza sulla fascia intermedia non possa essere gestita nella città dell’acciaio, dove opera un totale di 20 magistrati compreso il presidente del Tribunale, ma vada spostata su Perugia.

Le conseguenze per l’Umbria

Nel piano del ministero non si parla, ovviamente, soltanto di Terni. Lo stesso destino viene però delineato per il tribunale di Spoleto che ha in organico 14 magistrati, compreso il presidente, invece dei 19 che gli spetterebbero di diritto in base alla popolazione-utenza servita. Se la riforma dovesse trovare concretezza, una imponente mole di fascicoli pioverebbe dunque su Perugia che, nell’immediato, vedrebbe moltiplicato il numero di processi da gestire. Dovendo però fare i conti con un singolare paradosso. Spogliare i tribunali di Terni e Spoleto del fallimentare – ossia di un quarto del lavoro ordinario – potrebbe voler significare mettere in crisi l’esistenza stessa di questi tribunali e – di conseguenza – del Distretto di corte d’appello. Scenario futuristico ma plausibile, anche nell’ottica di una nuova mappatura della geografia giudiziaria nazionale.

L’ancora di salvataggio

Tutto questo potrebbe non accadere soltanto se l’esecutivo rinunciasse ad esercitare le deleghe che gli derivano dalla applicazione della legge di riforma. Se, cioè, dovesse trovare conferma quanto scritto nel contratto di governo pentaleghista e quindi si dovesse rimettere indietro l’orologio della riforma che nel 2012 ha cancellato 31 tribunali in tutta Italia – compreso quello di Orvieto nel Ternano – per ridisegnare una giustizia di prossimità e del territorio. Il conto alla rovescia è cominciato.

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