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Mercoledì, 5 Ottobre 2022
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Il racconto di un alpino dall’Adunata: molestare è ingiustificabile, puntare il dito contro un intero mondo trova altrettante poche ragioni

Marco Petrelli: “Ero anche io a Rimini, ho letto delle segnalazioni e ne sono rimasto davvero dispiaciuto, ma l’alpino dell’Adunata non è un alcolizzato molestatore né l’Adunata serve a dare libero sfogo ad istinti animaleschi

Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Marco Petrelli, fotoreporter e alpino in congedo, che nell’ultimo fine settimana ha partecipato all’Adunata di Rimini, oggetto di polemiche a casa di presunte molestie da parte degli alpini che avrebbero interessato circa 150 ragazze.

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“Alpino! Possiamo farci una foto con te?” Mi chiedono due ragazze bolognesi, medici che con i loro amici stanno trascorrendo un week end sotto il sole caldo della Romagna.

Sono in costume, escono dall’acqua ancora fredda ma cristallina di una Rimini che si affaccia alla bella stagione dopo tre giorni di pioggia. Deve aver fatto loro uno strano effetto notare tante penne nere sulla sabbia: siamo in tanti, in effetti, ad aver approfittato della singolare calura di domenica per una passeggiata o, nel mio caso, per una passeggiata e bagno fuori stagione.

Ah, non ve l’ho detto. Ero anche io all’Adunata come alpino. Da civile sono fotoreporter poi, quale ufficiale della riserva selezionata dell’Esercito, ho prestato servizio in un reparto alpino. Così si spiega la penna nera in capo. Tutti noi, novantacinquemila, eravamo civili, congedati per l’esattezza.

Non posso certo vantare gli anni di naja degli alpini classe ’40-’50 che, quando risalivano le Alpi o il Gran Sasso, lo facevano tirandosi dietro i muli. Eppure, se è vero che “alpini una volta alpini sempre”, vado orgoglioso del cappello che indosso. Conosco altresì bene la loro Storia (a breve uscirà anche un mio libro dedicato agli alpini) e Rimini è stata la prima adunata cui abbia partecipato, peraltro nel 150° anniversario della fondazione del Corpo.

Novantacinquemila penne nere più circa trecentomila parenti, amici, curiosi, turisti unitisi alla festa: questi i numeri della 93° Adunata Nazionale Alpini di Rimini, dopo due anni di stop causa pandemia. Il capoluogo romagnolo è letteralmente esploso: gli alpini hanno “dominato” pacificamente strade, centro storico e lungo mare per tre giorni. E la città ha partecipato, unendosi ai festeggiamenti, facendosi fotografare, salendo a bordo dei mezzi improvvisati creati ad hoc per sottolineare, ancor di più, il carattere goliardico e fraterno delle Adunate.

Tutti, nessuno escluso. Ragazzi e ragazze. Una giovane, in bicicletta, incrocia una “taverna motorizzata”: tavolo e panche, con salamella e vino, agganciati ad un triciclo a motore che scorrazza sul lungo mare. L’alpino alla guida dà gas e raggiunge la ragazza: gli avventori sollevano i bicchieri, salutano e tirano dritto.

Ci sono alpini giovani ma lo zoccolo duro, quello di cui ti innamori al primo sguardo, è formato dai veci nel senso di vecchi… mica solo di alpini! Ottant’anni e più, tempra da ragazzotti, marcato accento nord-orientale, depositari di tradizioni e canti che credevamo cancellati dal tempo.

Vogliamo le bambole, vogliamo le bambole, vogliamo le bambole per fare l’amor” si canta, accompagnati dalla fisarmonica, nel grande stand gastronomico ai lati della cittadella. Non la conosco; al contrario, una coppia di fidanzati che canta e filma col cellulare sembra saperla a memoria. E sembra divertirsi. Sono così i canti: di matrice popolare (nordica, ma non solo! Vogliamo le bambole è salentina), parlano di campi, di vino, di giovani e di giovanotti che fanno l’amore… Brani eseguiti ancora oggi nelle sagre di paese, quelli che cantavano i nostri nonni quando la sessualità era tabù e girare intorno a termini e situazioni scabrosi era l’unico modo per poter parlare di “tosi” e di “mule” senza incappare nelle ire dei genitori e nel rimprovero dei preti.

Sì, magari con la sensibilità odierna “mule” non è più un termine spendibile e, comunque, dialetto a parte, poco carino da rivolgere ad una donna. Tuttavia, arcaismi e parole desuete sono diffusi anche fuori dal contesto Adunata, in particolare fra le persone di una certa età.

Ciò che invece è sempre intollerabile sono le mancanze di rispetto nei confronti degli altri. Delle altre, in questo caso. Ho letto delle segnalazioni di molestia giunte da alcune ragazze riminesi e ne sono rimasto davvero dispiaciuto, in primo luogo per loro. Apprendo che sono 150 le lamentele raccolte dall’associazione “Non una di meno”, un numero certamente elevato e nel contempo piccolo se rapportato al quasi mezzo milione di persone che ha affollato Rimini in tre giorni. Dunque, se molestare è ingiustificabile, puntare il dito contro un intero mondo trova altrettante poche ragioni.

La molestia, infatti, è tutt’altro che etichettabile: pensiamo ad esempio a Milano nella notte di San Silvestro o alla movida violenta di grandi città e piccoli centri.

Dovessimo condannare tout court ogni gruppo umano nel quale si verificano tali atti, probabilmente dovremmo tornare a chiuderci in casa come ai tempi del lockdown.

Ciò, ripeto, non giustifica quanto avvenuto, aiuta semmai a dare una dimensione al lettore: l’alpino dell’Adunata non è un alcolizzato molestatore, né l’Adunata serve a dare libero sfogo ad istinti animaleschi. Penso altresì che eventuali denunce di molestie sarebbero dovute pervenire alle autorità non ad una associazione che, peraltro, ha trasformato i quattrocentomila di Rimini in “uomini, imbevuti di machismo patriarcale, concentrati in un solo luogo allo scopo di ubriacarsi, genera una dinamica di branco in cui si fa a gara a chi ce l’ha più duro e ognuno si sente in diritto e in dovere di reclamare il possesso del corpo di ogni donna che gli passa accanto”.

Una posizione quasi preventiva (condita da parole discriminatorie verso il genere maschile, oltreché antiquate) che non mi toglie l’amaro dalla bocca per le molestie, ma che mi fa capire come in questo Paese nessuno sia davvero garantista. Istituzioni in testa, che hanno subito fatto sentire la loro voce di condanna senza prima aver valutato la veridicità dei fatti.

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