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Il caso del pandoro solidale di Chiara Ferragni: “Pensati cinica, la piaga della beneficenza”

La riflessione di Arnaldo Casali, direttore dell’Istess: “Il marcio sta nell’idea stessa dell’iniziativa benefica, che punta a legittimare o assolvere attraverso il buon fine iniziative che altrimenti non avrebbero dignità né ragion d’essere”

Con qualche lacrima e un milione di euro in Italia ti compri tutto: anche il perdono, la reputazione, l’onestà e la coerenza. E la parola magica è sempre la stessa: beneficenza. L’antidoto per ogni pensiero critico e l’assoluzione per qualsiasi peccato.

Ricordo di un politico che – violando la legge – continuava a prendersi lo stipendio da consigliere regionale anche dopo essere stato eletto in Parlamento. Di fronte a un giornalista che gli chiedeva conto di questa condotta disonesta, rispose: “Ma uno dei due stipendi io lo devolvo in beneficenza”.

Il caso del dolce solidale di Chiara Ferragni – che ha portato 50mila euro a un ospedale pediatrico e un milione di euro alla regina di Instagram – ha aperto, come si dice, un vaso di Pandoro dal quale sono già uscite anche le uova di Pasqua solidali, sempre a marchio Ferragni, che firmandole ha beneficiato di un altro milione di euro mentre ai progetti di inclusione per i bambini autistici ne sono arrivati 36mila.

Ma al di là dei facili moralismi con cui si è messa alla gogna la Ferragna, l’aspetto più interessante è il fatto che di fronte allo scandalo suscitato, l’imprenditrice – per chiedere perdono per il suo “errore di comunicazione” (e cioè aver spacciato una sponsorizzazione per una raccolta fondi) – abbia annunciato l’intenzione di devolvere in beneficenza l’ennesimo milione di euro, ribadendo che comunque lei ha sempre fatto, fa e farà tanta, tanta, tanta beneficenza.

E attenzione alla coda ricattatoria dell’annuncio, di inaudita gravità e che pure nessuno sembra aver notato: al milione di euro per l’ospedale, infatti, lei aggiungerà un’ulteriore donazione, che verrà calcolata in base alla differenza tra la multa che le è stata inflitta per la sua condotta scorretta e quella che dovrà effettivamente pagare dopo aver fatto ricorso. In altre parole: “Meno soldi restituisco a voi, più ne darò ai bambini in ospedale. Datevi un po’ una regolata”. Se la povera Chiara sarà costretta a pagare una multa salata, dunque, a rimetterci saranno i bimbi malati di cancro.

Ovviamente parliamo di soldi, soldi, e sempre soldi: l’unico linguaggio che conosce Chiara Ferragni, l’unica cifra stilistica della sua esistenza.

Non le è passato per la testa nemmeno per un momento di usare il suo potere mediatico per far conoscere il lavoro che si svolge in quell’ospedale o andare a fare volontariato in quella struttura, visitando i bambini oggetto delle sue munifiche se pur tardive e poco spontanee elargizioni.

Per i Ferragnez l’unico modo di fare del bene è quello di seminare soldi ostentando la propria ricchezza, proprio come faceva Fedez che girava in Lamborghini per distribuire mazzette di banconote ai senzatetto.

Ed è proprio questo il vero problema: il concetto stesso del “devolvere”. Perché lo scandalo di oggi – come i tanti scandali del passato – sono solo incidenti di percorso: ma la radice del problema è la piaga della beneficenza.

Prendersela con Chiara Ferragni o con il truffatore di turno è semplicemente ipocrita: il marcio sta nell’idea stessa dell’iniziativa benefica, che punta a legittimare o addirittura assolvere attraverso “il buon fine” iniziative che altrimenti non avrebbero dignità né ragion d’essere.

Il problema non è chi lucra sulla presunta “buona fede” ma chi compra, e vorrebbe comprarsi anche la buona fede: perché se spendi dieci euro per un pandoro con lo zucchero a velo rosa ti devi assumere la responsabilità della tua idiozia e non pensare di aver fatto “un’opera di bene”.

Ognuno ha diritto di spendere soldi in modo stupido, figuriamoci: io ho speso 500 euro per comprarmi un pupazzo di E.T. a grandezza naturale, ma con la precisa consapevolezza che l’opera di bene la stavo facendo solo ed esclusivamente nei confronti dei miei sogni di bambino. Pretendere di aiutare il prossimo comprando prodotti inutili o partecipando ad un evento frivolo è ipocrita e deresponsabilizzante, come ingozzarsi di amatriciana per aiutare i terremotati.

Altro che pandori rosa: erano più onesti i cinepanettoni, che arricchivano Boldi, De Sica e De Laurentiis e tenevano in vita la sale cinematografiche senza pretendere di essere “impegnati” come i Ferragnez: emblema dell’effimero e del lusso più sfrenato e al tempo stesso impenitenti predicatori e nuove bandiere della politica radical chic.

D’altra parte l’Italia è una Repubblica fondata sulla beneficenza: un paese dove nessuno vuole pagare il biglietto ma tutti sono estremamente generosi nelle raccolte fondi, dove la dignità dei lavoratori viene calpestata e gli artisti vengono pagati in visibilità ma nessuno si tira indietro di fronte alle gare di solidarietà.

La beneficenza è un carro su cui tutti vogliono salire perché estremamente vantaggioso, sotto tutti i profili, perché assolve e gratifica. E risparmia anche la fatica di essere persone davvero impegnate o anche solo banalmente oneste.

La verità è che la beneficenza andrebbe abolita. Perché è l’opposto della giustizia e della condivisione. Nella beneficenza c’è sempre un benefattore e un beneficiato, c’è sempre qualcuno che elargisce e qualcuno che riceve, c’è sempre un ricco e un povero, qualcuno che attinge al suo superfluo e qualcuno a cui manca il necessario.

In un mondo normale Chiara Ferragni non sarebbe miliardaria e un ospedale pediatrico non avrebbe bisogno di donazioni.

Il pensiero francescano – ben prima di quello marxista – ritiene che dove c’è un ricco e c’è un povero, c’è sempre un furto. Non c’è spettacolo più disgustoso, quindi, che vedere un miliardario che si vanta di fare beneficenza. Peggio che mai quando lo fa con i soldi tuoi.

Hai presente quando ti offrono il biglietto per uno spettacolo il cui ricavato va in beneficenza e tu gli dici: “Ma non posso venire?”; “non fa niente, almeno fai un’opera di bene!”.

Io ci tengo a gridarlo a gran voce: non ho mai fatto e non farò mai beneficenza. Non ho mai organizzato né aderito a iniziative benefiche. E per un motivo molto semplice: io voglio fare di tutta la mia vita un’iniziativa benefica, perché tutto quello che faccio, in pubblico e in privato, nel lavoro, nel volontariato e nel divertimento, deve portare un beneficio al mondo.

Se devo donare soldi, dono i miei non quelli degli altri, e lo faccio nel silenzio, perché “quando fai l’elemosina – diceva tale Gesù Cristo - non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta”.

Da diciotto anni con il Terni Film Festival cerchiamo di far dialogare popoli e religioni, integrare gli immigrati, superare i pregiudizi, dare voce a chi non ha voce; proiettiamo film che aiutano a stimolare il pensiero critico e non si possono vedere al cinema o in televisione, ma non abbiamo mai e poi mai promosso una raccolta fondi.

Noi organizziamo il festival con soldi pubblici e questi soldi li restituiamo al pubblico organizzando eventi gratuiti.

Io, personalmente, nella mia vita quotidiana cerco di comportarmi onestamente e se un mendicante mi chiede i soldi, io so che ho il dovere di darglieli e quando non lo faccio mi sento in colpa, e non mi interessa quello che ci fa con i soldi che gli do perché nessuno viene a chiedermi che cosa ci faccio io con i soldi che guadagno.

Io non credo nell’etica a due facce: quella di chi con una mano danneggia il mondo e con l’altra elargisce donazioni ai bisognosi.

Mi ha colpito molto quando frate Alessandro Brustenghi – non a caso protagonista del film La Stella di Greccio – mi ha raccontato che lui non solo per i concerti che tiene in tutto il mondo non prende un compenso, ma non accetta soldi nemmeno da devolvere in beneficenza: “Al massimo posso suggerire di darli alle missioni francescane” mi ha raccontato.

Quanto a me, ho promesso a me stesso molti anni fa che non avrei mai lucrato sulla figura di Francesco d’Assisi, quindi con quel film non voglio guadagnare un centesimo. Ma proprio per questo – semplicemente – l’ho fatto gratis e non accetto soldi per proiettarlo. Non mi passa nemmeno per la testa di farmi dare un compenso che poi “devolverò in beneficenza”: la mia beneficenza è quello stesso film, che vuole fare bene al mondo e non arricchire qualcuno.

Per questo io non credo alle celebrità che fanno beneficenza: credo alle celebrità che usano il loro potere per aprirci la coscienza.

Bob Geldof, artefice nel 1985 del più grande evento benefico della storia del rock – il Live Aid – quando vent’anni dopo, nel 2005, ha organizzato il Live 8 per sensibilizzare la politica internazionale riguardo al debito dei Paesi in via di sviluppo, ha sostituito il concetto di solidarietà con quello di giustizia e non a caso lo slogan della manifestazione era: “Non vogliamo i vostri soldi”.

Quando è salito sul palco del Terni Film Festival per ritirare l’Angelo alla carriera, Giobbe Covatta ha ribadito di essere contrario alla beneficenza. Cosa che, detta dal più celebre testimone dell’Amref non è cosa da poco, ma non è nemmeno un caso, perché a differenza di molti suoi colleghi, capaci di legittimare i prodotti più beceri in nome della solidarietà, Covatta da quando è diventato testimone dell’Amfref ha dedicato tutta la sua carriera all’Africa. Non ha fatto beneficenza, ma ha girato film, documentari, scritto libri e interpretato spettacoli che ci aiutano a conoscere meglio il Continente Nero, la sua ricchezza e le sue condizioni, oltre che i modi migliori per aiutarlo.

Anche quando ho chiesto a padre Ibrahim Faltas che cosa possiamo fare per aiutare la Palestina, lui mi ha risposto: “Parlarne!”. La stessa cosa mi hanno detto molte persone impegnate in organizzazioni di volontariato. Parlatene: aprite la coscienza, non solo il portafoglio.

E allora una “fashion influencer” che insegna ai giovani il valore dell’apparenza, che prende il jet privato per l’aperitivo, che usa i figli per fare pubblicità, sale sui palcoscenici più prestigiosi per dispensare perle di retorica e banalità, vende bottiglie di acqua a 8 euro (io per inciso non compro acqua minerale da quasi dieci anni e grazie a Dio molti ristoranti hanno smesso di servirla) che festeggia il compleanno del marito mettendo a soqquadro un supermercato, per essere una persona che danneggia il mondo non ha certo bisogno di truffare i consumatori spacciando l’ennesima trovata commerciale per un’iniziativa a sostegno dei bambini malati di tumore.

È significativo, però, che – anche quando furono accusati di aver sprecato enormi quantità di cibo per divertirsi come dei teppistelli – i Ferragnez avessero tirato fuori la famigerata parola magica: “Diciamo che diamo tutto in beneficenza”.

*Istituto di studi teologici e storico-sociali

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