First Reformed e gli Oscar in nero

L’Academy, la politica e la fede: il cinema tra sovranisti neonazi e i muri di confine da fantascienza postapocalittica

Mai come quest’anno gli Oscar hanno avuto carattere – giustamente – politico, premiando film che trattano la tematica razziale; il periodo storico è quello che è, tra sovranisti neonazi e muri di confine da fantascienza post apocalittica, il cinema deve prendersi la responsabilità di raccontare – ancora, nel XXI secolo – quanto il razzismo sia una gigantesca stronzata atta solo a dividere i più deboli per far comandare meglio i potenti.

L’Oscar si tinge di nero quindi: già l’anno scorso l’afroamericano Jordan Peele aveva avuto tre nomination e un Oscar per il suo bellissimo film Get Out, metafora feroce sull’America di Obama; quest’anno fa incetta di statuette lo spassoso Green Book (purtroppo non l’ha presa chi più la meritava: Viggo Mortensen), racconto di un ignorante ma simpatico autista italoamericano che deve accompagnare un raffinato musicista nero in tour nell’America razzista del sud. Il film Black Panther, su un super-eroe nero, vince tre statuette: colonna sonora, costumi e scenografie. Anche Spike Lee, la cui stella si era appannata oltre un decennio fa, porta a casa la Miglior Sceneggiatura Non Originale per il suo Blakkklansman, storia di un afroamericano che si infiltra nel ku klux klan, mentre per la Sceneggiatura Originale sempre Green Book sfila il premio ad un candidato d’onore, mai premiato e quest’anno in nomination per la prima volta nella sua vita, nonostante una quarantennale carriera di capolavori (la sceneggiatura di Taxi Driver e di L’ultima tentazione di Cristo, American Gigolò e molti, molti altri): Paul Schrader, autore e regista dell’ennesimo capolavoro First Reformed con un gigantesco Ethan Hawke (pensare che la statuetta non sia andata a lui ma al pur bravo Remy Malek fa sorridere), prete ex-militare che si chiede se ci sia Dio nel nostro mondo sull’orlo del baratro ambientale e morale. Nella sua lunga e onoratissima carriera, che prosegue oggi al ritmo di quasi un film (e che film!) l’anno, l’oggi settantaduenne Paul Schrader ha raccolto solo due nomination ai Golden Globe per Toro Scatenato e Taxi Driver, entrambi per la regia di Martin Scorsese.

Interpellato dal Los Angeles Times riguardo questa sua prima tardiva nomination, il regista e sceneggiatore statunitense ha risposto:

Se ai critici il film non fosse piaciuto e se all'Academy non fosse piaciuto, sarei comunque ancora convinto che sia un buon film. Non dipendo da una convalida dell'Academy o dei critici. D'altro canto, riscalda il cuore rendersi conto che altre persone riconoscano quello che hai cercato di fare.
Qualche anno fa discutemmo di questo con Scorsese, perché Marty era ossessionato dall'idea di vincere un Oscar. Gli dissi: Marty, guarda, se l'Oscar è la tua priorità, hai bisogno di priorità nuove! La pensavo così allora e la penso così adesso. E' una conversazione molto difficile, perché non ho mai davvero rispettato l'Academy per le sue scelte. D'altro canto, mi sento enormemente gratificato che mi abbiano scelto. Sono in conflitto. Da un lato dici che in realtà non conta davvero. Dall'altro ti dici: beh, mi sa che conta.
"

È un bene che il buon Schrader la prenda con filosofia, perché il mondo del cinema e – soprattutto – i produttori non sono mai stati troppo generosi nel riconoscergli ciò che gli spetta; forse dovremo aspettare che muoia anche lui per vedergli riconosciuto lo status di Genio del Cinema, al fianco del suo idolo Robert Bresson. Ed è proprio da uno dei capolavori di Bresson, Diario di un curato di campagna, che prende ispirazione Schrader nel suo First Reformed: in entrambi i film un prete nasconde ai superiori la propria malattia mortale, ed è dai tempi di Bresson (e dal già citato L’ultima tentazione di Cristo) che la fede non viene trattata al cinema con tanta profondità e sofferenza. Non sarà un film di largo consumo come Green Book o l’edulcorato e paraculissimo biopic Bohemian Rhapsody, ma qui siamo di fronte ad un vero grande capolavoro che rimane dentro e fa riflettere, ed è cosa buona che l’Academy se ne sia accorta decidendo di candidare il film per la sceneggiatura originale. Poco importa se poi il premio è andato altrove.

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