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“Elezioni a Terni, se ce l’ha fatta Nixon, perché non Melasecche?”

In politica da trent’anni, l’attuale assessore regionale alle infrastrutture sembra tra i nomi “caldi” per Palazzo Spada: “Il teatro della politica umbra offre siparietti sempre più appassionanti”

Il teatro della politica umbra offre siparietti sempre più appassionanti.

Dal momento in cui sembrava troppo assurdo non ricandidare il sindaco di Terni Leonardo Latini solo perché iscritto al “partito sbagliato” e sostituirlo con un suo assessore di Fratelli d’Italia, la nuova ipotesi che si va profilando è quella di sostituirlo con un assessore del suo stesso partito: Enrico Melasecche. Nome che evoca immediatamente grandi novità e scenari inediti per la politica ternana.

Una cosa è certa: il “Mela” potrebbe accontentare tutti, perché un collezionista di partiti come lui (Alleanza per Terni, Terni Libera, Forza Italia, Udc, I Love Terni, Lega) non avrebbe certo problemi a passare a Fratelli d’Italia – l’unica formazione, insieme al Pd – nella quale non ha ancora militato.

In politica da trent’anni giusti giusti, Melasecche garantirebbe anche l’esperienza necessaria alla grande sfida, visto che sarebbe la sua terza candidatura a sindaco di Terni e l’ottava in consiglio comunale.

Il primo tentativo di diventare primo cittadino, il “perugino convertito” l’ha fatto nel 1999, da vicesindaco uscente della giunta Ciaurro (che lui stesso – secondo la narrazione popolare – aveva contribuito a far cadere). Quella volta aveva sfidato Paolo Raffaelli di cui, pochi mesi dopo la sonora sconfitta, aveva cercato di prendere il posto in Parlamento affrontando alle suppletive Enrico Micheli, allora ministro dei lavori pubblici del governo D’Alema.

La cosa più curiosa è che la sua campagna elettorale l’aveva basata sull’idea che chi aveva già una poltrona (quella di ministro) non doveva averne anche un’altra (quella di parlamentare). Tanto più curiosa se si pensa che vent’anni dopo Melasecche sarebbe stato espulso – e poi riaccolto - dalla Lega per il suo rifiuto di rinunciare a una poltrona, tra quella di consigliere regionale e quella di assessore.

Dopo aver perso un turno nel 2004, Melasecche si ricandida sindaco di Terni nel 2009, esce al primo turno e non trovando un accordo con l’altro candidato del centrodestra Baldassarre, contribuisce indirettamente alla vittoria di Leopoldo Di Girolamo.

Dopo essere stato eletto in consiglio comunale con una sua lista anche nel 2014, diventa il padrino del Movimento 5 Stelle che è appena entrato in consiglio comunale e il cui leader è il suo delfino Andrea Liberati.

Nel 2018 – un attimo prima delle elezioni – Melasecche si iscrive alla Lega e con la vittoria di Leonardo Latini torna finalmente assessore dopo vent’anni. Non fa in tempo ad insediarsi, però, che si candida anche alle regionali e anche in questo caso diventa consigliere e poi assessore.

Oggi, visto che non c’è due senza tre, la sua candidatura a sindaco di Terni ci sta tutta. Se poi – come si legge – fosse supportata da Stefano Bandecchi, si formerebbe l’imbattibile coppia dei due personaggi più amati dai ternani e la vittoria sarebbe in tasca.

In fondo se ce l’ha fatta Richard Nixon a centrare il suo obiettivo dopo due sconfitte e un’opinione pubblica ostile, perché non il Mela.

L’unica cosa che non vuole proprio capire è che non puoi fare il sindaco di Terni se non impari a parlare in ternano. E probabilmente, la più grave colpa di Latini – che pure è un ternano doc - è stata proprio non aver mai assunto inconfondibile e indispensabile cadenza.

Dunque se vuole l’ufficio con la scrivania circolare e le poltrone in pelle umana, si impegni, il Mela, a perdere l’odioso donca. Dopo tutto – per citare un altro suo slogan elettorale – l’impegno dà sempre buoni frutti.


 

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