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Quando la Storia non insegna: perché dobbiamo smettere di fare memoria della seconda guerra mondiale

L’Ucraina, Gaza, Israele e non solo: l’intervento di Arnaldo Casali, direttore dell’Istess: “È la pace che va celebrata, non la sconfitta del nemico. E dunque non c’è da armarsi e indossare la divisa giusta, ma solo dire no alla guerra”

Una provocazione: anziché continuare a fare memoria della seconda guerra mondiale, dovremmo dimenticarla. Perché oggi ricordare i suoi orrori serve solo a legittimarne di nuovi.

Da ottant’anni il modello Hitler – ovvero il dittatore pazzo e sanguinario che stermina il suo stesso popolo e vuole conquistare il mondo – è una maschera grottesca messa sulla faccia del nemico di turno per legittimare una guerra che di legittimo non ha nulla.

La terza guerra mondiale a cui ci stiamo preparando non ha niente a che fare con la seconda, mentre è in tutto e per tutto analoga alla prima.

Per questo dobbiamo riuscire a mettere da parte la memoria della lotta ai fascisti e ai nazisti – ancora così viva nei ricordi di chi l’ha vissuta in prima persona e celebratissima da cinema, storia, commemorazioni e propaganda politica – e recuperare quella, ormai quasi del tutto rimossa, della grande guerra: inevitabilmente sbiadita non solo perché non ci sono più testimoni, ma anche perché – già allora – era una guerra lontana, che riguardava i soldati e non le popolazioni civili. E che è da sempre assai poco celebrata perché a combattersi non erano “buoni” contro “cattivi”, nel suo immaginario non ci sono camere a gas e campi di sterminio, gerarchi sadici e martiri eroi, ma solo fratelli che si massacrano tra loro: la prima guerra mondiale è stata davvero – come aveva profetizzato papa Benedetto XV – solo un’inutile strage.

Così la seconda guerra mondiale – che ha rappresentato un caso unico nella storia del mondo – è diventata oggi il modello unico di guerra tramandato dalla retorica politica.

Un dittatore pazzo e sanguinario, un regime in cui il razzismo è legge e la violenza è norma, che avanza alla conquista dell’Europa e deve essere fermato ad ogni costo dal mondo libero e civile.

Il discorso è semplice, no? Quindi, quando c’è da fare una guerra, basta far indossare al nemico la maschera di Hitler e il gioco è fatto: anche la guerra più assurda e criminale diventa giusta, sacrosanta e inevitabile. E celebrare date come il 27 gennaio o il 25 aprile non serve affatto a scongiurare che simili orrori si ripetano ma – nel migliore dei casi – a girarsi dall’altra parte per non vederli. Guardare al passato per non conoscere il presente. È così – paradossalmente – che la storia non insegna.

Per questo io dico che bisogna piantarla con la retorica dell’antifascismo e mettersi in testa che nella guerra non ci sono mai i buoni e i cattivi, gli oppressori e i liberatori, la democrazia e la dittatura, ma ci sono sempre interessi economici e politici in conflitto tra loro. È la pace, allora, che va celebrata, non la sconfitta del nemico. E dunque non c’è da armarsi e indossare la divisa giusta, ma solo dire “no” alla guerra, rifiutare l’odio verso lo straniero e gridare – come ripetono da sei mesi i parenti delle vittime di Hamas – “non in mio nome”.

La prima guerra mondiale, sotto questo profilo, è un ottimo esempio per capire come funzionano le cose, ma proprio per questo scommetto che se chiedo perché è scoppiata, ben pochi sapranno darmi una risposta. Eppure era una situazione in tutto e per tutto analoga a quella che stiamo vivendo adesso. Per questo, a chi – per giustificare la nuova guerra - dice: “E allora ottant’anni fa non dovevamo combattere Hitler?” bisogna rispondere: “Di certo cento anni fa non dovevamo combattere gli austriaci”.

Con buona pace della propaganda guerrafondaia, infatti, oggi non c’è nessun dittatore sanguinario che vuole conquistare il mondo, ma tante potenze intenzionate a difendere i propri interessi e a riscrivere gli equilibri internazionali.

All’origine di tutto, allora come oggi, c’è la Germania, troppo potente per i gusti di Francia e Inghilterra.

Non so se qualcuno di voi si è accorto che il vero obiettivo della guerra in Ucraina era umiliare la Germania. Ed è il motivo per cui della guerra in Ucraina oggi in Europa non importa più niente a nessuno: perché l’obiettivo è stato già raggiunto.

Ci siamo lamentati per anni del fatto che la Germania guidasse l’Unione europea. Angela Merkel era – nel bene e nel male – la madre padrona dell’Europa e tutti i Paesi dell’Unione europea – l’Italia in primis – dovevano subire una politica che seguiva gli interessi tedeschi.

Come è noto, Angela Merkel era la prima socia in affari di Putin, vedi il celebre North Stream 1 e 2.

La Germania sconfitta e lacerata dopo la seconda guerra mondiale e tornata forte e unita nel 1990, rappresentava – guarda che novità – il principale rivale degli Stati Uniti.

La guerra in Ucraina, dunque, è servita soprattutto a depotenziare la Germania. Così adesso a comandare l’Unione europa sono direttamente gli Stati Uniti.

L’Unione degli Stati europei, nata proprio per rappresentare un’alternativa al dominio degli Stati Uniti d’America, adesso si è trasformata nel 51° stato degli USA.

Facciamo dunque un salto indietro di un secolo.

Siamo nel 1914 e la situazione è esattamente la stessa: la Germania, che dai tempi di Napoleone era frammentata in tanti stati, è diventata non solo un’unica nazione, ma addirittura la principale potenza economica d’Europa.

L’ostilità nei confronti del nuovo impero è tale da generare l’inedita alleanza di due Paesi che erano stati nemici per quasi mille anni: Inghilterra e Francia.

Intanto, nei Balcani, il piccolo stato della Serbia è stretto tra l’Impero ottomano – da cui si è appena emancipato – e l’impero Austro-Ungarico di cui fa parte la Bosnia, dove vivono molti suoi cittadini.

L’obiettivo della Serbia è quindi allargarsi e per questo mira a far ribellare i popoli slavi dell’Impero austriaco, cercando l’aiuto dei fratelli slavi di Russia.

Proprio per evitare la ribellione, Francesco Ferdinando – erede al trono d’Austria – vuole integrare i serbi e i bosniaci, creando un nuovo impero Austro-Ungarico-Slavo. E per questo va eliminato.

Come tutti gli uomini di pace, Francesco in visita a Sarajevo finisce assassinato, provocando la durissima reazione dell’Imperatore: una vera e propria invasione della Serbia da parte dell’Austria viene mascherata da operazione di polizia. Il governo serbo reagisce e chiama in soccorso la Russia, che dichiara guerra all’Austria-Ungheria.

A quel punto è la Germania ad aiutare i fratelli tedeschi, dichiarando guerra alla Russia. Inghilterra e Francia non aspettavano altro per muoversi contro la Germania. L’impero ottomano, da parte sua, ha una ghiotta occasione per riprendersi la Serbia, e si allea quindi con Austria e Germania.

A Francia e Inghilterra non pare vero di poter fare la guerra anche all’impero ottomano per poi spartirsi l’Arabia, a costo di qualche “piccola” bugia ai palestinesi, che saranno invitati alla rivolta contro i turchi con la promessa di uno Stato tutto loro.

E l’Italia? Poteva perdere l’occasione di gettarsi nella mischia dell’inutile strage con l’obiettivo di prendersi Trento e Trieste, ancora parte dell’Impero Austro-Ungarico?

Ultimi arrivati, gli americani decidono che è finito il tempo di pensare ai fatti propri ed è iniziata l’epoca in cui dovranno essere loro a dare le carte in qualsiasi partita si giochi sul tavolo internazionale, e quindi si uniscono all’allegro massacro.

Se la fine della seconda guerra mondiale ha segnato la liberazione del mondo civile dall’oppressore nazista, che cosa ha segnato la fine della prima guerra mondiale?

In Francia, Inghilterra e Stati Uniti, l’inizio di un’alleanza che dura ancora oggi e che li ha visti insieme in tutte le guerre per oltre cento anni, dominando – di fatto – il mondo intero, e scatenando nuove guerre ogni volta che questo dominio viene messo in discussione.

In Germania, una sconfitta e un’umiliazione che – vent’anni dopo – porterà alla riscossa guidata da Adolf Hitler, con tutto ciò che ne consegue.

In Serbia, la dissoluzione dell’impero Austro-Ungarico ha portato a una situazione di instabilità che dura ancora oggi e che l’ha vista passare per cento anni da una guerra all’altra. Dopo aver ottenuto ciò che voleva – cioè un regno allargato – la Serbia sarà infatti invasa dalla Germania di Hitler, dopo la seconda guerra mondiale diventerà parte della Jugoslavia di Tito, per precipitare negli anni ’90 nella terrificante guerra fratricida in Bosnia, cui seguirà quella in Kosovo. L’ultimo rivolgimento politico risale al 2006, quando si è separata dal Montenegro diventando ancora più piccola.

Quanto alla Palestina, se sotto l’Impero Ottomano convivevano pacificamente turchi, ebrei, arabi e cristiani, la spartizione tra Inghilterra e Francia vedrà la creazione a tavolino di nuovi paesi come la Siria, la Giordania, l’Iraq, il Libano e – in seguito – Israele e un secolo di conflitti sanguinosi che ancora infiammano il medio oriente.

La prima guerra mondiale, dunque, non è servita solo ad uccidere dieci milioni di soldati, ma soprattutto a creare i presupposti per tutte le guerre che sono venute dopo, dalla seconda guerra mondiale a Gaza, dalla Bosnia all’Ucraina.

Pensiamoci bene, mentre ci prepariamo alla terza guerra mondiale che, per la prima volta, è mondiale davvero, perché il conflitto non è più interno all’Europa come nelle prime due, ma vede l’Europa e le sue colonie (Stati Uniti e Israele) contrapposte all’Asia (Russia, Arabia, Iran, Cina, India) con Africa e America a fare da ago della bilancia.

E mettiamoci in testa che non c’entrano i regimi e la libertà: perché qui non si tratta di esportare democrazia, ma – molto più banalmente – fare affari: basti pensare a Tik Tok (unico social network non americano ma cinese, che gli USA metteranno al bando se i cinesi non accettano di venderglielo) e alla Via della Seta (accordo economico con la Cina siglato dal governo Conte e fatto saltare da Draghi) e alle stesse forniture di gas che con la guerra sono passate dalla Russia agli Stati Uniti.

Vi siete chiesti perché in Iran una donna può diventare vicepresidente della Repubblica e in Arabia Saudita (ultima monarchia assoluta rimasta al mondo e patria di Bin Laden) può a malapena guidare la macchina, eppure l’Iran è uno “stato canaglia” (attaccato recentemente senza motivo e senza reazione da Israele) mentre l’Arabia Saudita è uno stato tanto amico da imbarcarsi persino in un accordo con lo stesso Israele?

Provate a rispondere a questa domanda, prima di indossare la divisa e arruolarvi nella terza guerra mondiale.

*direttore Istess – Istituto di studi teologici e storico sociali

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