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Capodanno, Ast e Terni, Cecconi: "Il futuro dell'acciaio parla italiano"

Il coordinatore di Fratelli d'Italia: "L'evento con Amadeus in un luogo simbolo della città anche per rilanciare le strategie del territorio"

di Marco Cecconi, coordinatore comunale Fratelli d’Italia Città di Terni
Il passaggio di testimone più beneaugurante per Terni, a cavallo tra un 2021 ormai alle spalle e un 2022 alle primissime battute, è immortalato nei numeri che le nostre acciaierie hanno consegnato all’anno nuovo: i numeri straordinari dell’utile netto (poco meno di 53 milioni e mezzo) e del fatturato (oltre i 2 miliardi) con cui si è chiuso l’ultimo esercizio; i numeri degli ordinativi alle stelle e quelli dei ritmi incalzanti che queste commesse impongono agli impianti, da settimane e mesi felicemente al limite.
Sono numeri - quelli attuali - che si incardinano in una storia che di numeri è sempre stata lastricata, pur se scritta ben oltre la matematica e i bilanci. Sono i numeri - quelli del passato - di una privatizzazione che, a suo tempo, vide portarci via le nostre acciaierie per un piatto di lenticchie: per mano di chi, oggi, qualcuno vorrebbe persino al Quirinale dopo Mattarella, avendo fatto all’epoca gli interessi di tutti tranne che del suo Paese. Sono i numeri delle presenze italiane nella compagine societaria uscita da quella svendita, che poi sono stati giocati in barba a qualunque patto, fino a veder scomparire del tutto - dall’assetto proprietario - quelle quote tricolori. Sono i numeri di crisi periodiche gestite poi, non a caso, in spregio a qualunque interesse nazionale (tanto, oramai, di tricolore le nostre acciaierie non avevano più niente): in spregio al fabbisogno italiano di acciaio italiano, in barba all’unicità mondiale del magnetico ternano e all’eccellenza esclusiva della nostra qualità di prodotto e delle nostre maestranze. I numeri del passato sono quelli di crisi periodiche sempre strumentalizzate per giustificare tagli e chiusure: senza una visione che volesse andare al di là delle congiunture del mercato. Sono i numeri - altra eredità di cui vorremmo liberarci per sempre - auspicati dai profeti di una decrescita felice che avrebbe solo ingrassato la crescita di altri produttori e altri Paesi, fino all’oriente più estremo, quello più inquinante, comunista e più schiavista: quello verso il quale gli stessi profeti hanno farneticato di nuove vie della seta, avendo nel frattempo disseminato di buche la strada di casa. Sono i numeri, sempre denunciati e condannati con grande sicumera, di un impatto ambientale che è sicuramente perfettibile anche per quel che riguarda i nostri stabilimenti di viale Brin: senza dimenticare, però, quali siano le vere e ben diverse concause della bassa qualità dell’aria della conca e, per restare al tema, senza dimenticare che da viale Brin escono comunque prodotti molto meno avvelenati di quelli che arrivano proprio da quei Paesi (sempre gli stessi, in fondo alla via della seta) da cui a tutt’oggi continuiamo ad importare milioni di tonnellate di brame.
Il 2022 apre i battenti all’insegna di numeri che non solo sono buoni ma, soprattutto, ancora una volta, istruttivi: ad insegnare che le temporanee contrazioni della domanda vanno governate come tali, mantenendo e non smantellando le condizioni per affrontare le fasi espansive; che la qualità vince comunque; che il sito ternano (proprio quello che i tedeschi volevano azzerare) ha sempre e per sempre le carte in regola per giocare da numero uno nel mercato globale.
La storia ha bisogno dei suoi simboli e quella, nuova, che il 2022 dovrà scrivere sul presente e il futuro dell’acciaio ternano prende le mosse dal concertone di capodanno in diretta-Rai proprio dai piazzali interni degli stabilimenti di viale Brin: trasmesso in simultanea non solo in tutto lo Stivale ma anche nei più diversi angoli del pianeta. Sarà una storia che ci regalerà di nuovo l’orgoglio di parlare delle acciaierie come “nostre”: cioè, di nuovo finalmente italiane. Sarà – vogliamo crederlo – una storia scritta da un connazionale, nella persona del cavaliere Arvedi, che parla da italiano e per l’Italia, annunciando – come ha fatto – di voler fare della fabbrica ternana “un player mondiale”. Un’azienda iper-competitiva. Un “soggetto europeo forte” (oltre agli stabilimenti di viale Brin, non a caso, Arvedi ha comprato anche un centro-servizi in Italia, uno in Turchia e un altro addirittura in Germania). Un polo produttivo in cui magari verrà riaperto ciò che altri avevano sciaguratamente chiuso: ovvero quel reparto votato all’acciaio magnetico che oggi intercetterebbe anche l’onda crescente dell’auto elettrica e del relativo fabbisogno di una componentistica realizzata proprio in questo nostro esclusivo materiale.
La storia nuova dell’acciaio ternano per il 2022 e gli anni a venire arriverà a ricordarci - vogliamo crederlo ed augurarlo a Terni, all’Umbria ed all’Italia - che un Paese serio non si priva di produzioni strategiche per la propria economia e il proprio modello di sviluppo: ma anzi valorizza e sostiene le proprie peculiarità e le annesse eccellenze. Arriverà ad insegnare (speriamo, una volta per tutte) che è l’Italia a dover pretendere dall’Europa regole di garanzia e non l’Europa a poter spacciare per regole quelle sono (sono state) solo manovre sleali. L’anno che verrà (per dirla con Amadeus) riparlerà di acciaio nella lingua più bella del mondo e cioè in italiano: a partire da Terni e dunque dall’Umbria, di nuovo al centro del mondo.

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