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Sabato, 13 Agosto 2022
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L'INDISCRETO di Maurizio Ronconi | Le spine delle coalizioni: il Pd dice addio ai progressisti e punta alla galassia dei centristi. Il destra-centro invece...

Tralasciamo le vicende, per dirla in modo elegante, che hanno portato alle dimissioni di Draghi, archiviamo dichiarazioni, commenti, comportamenti che sono stati ai più incomprensibili. Ma ora che si fa? Anzi, che faranno? Per primo c’è da sperare che una mano, meglio, più mani, esperte e saggie aiutino ad indirizzare partiti, si fa per dire, e leader, si fa ancora per dire, non tanto verso le elezioni ma verso un dopo pieno di incertezze ed incognite. Quello che è certo che negli schieramenti, destra, sinistra e centro, ad oggi sono più le spine che i fiori. Una crisi che in molti da mesi, almeno dalla elezione del Presidente della Repubblica, evocavano ma che ha trovato strategicamente impreparati i più.

Una regola fondamentale della politica, anche quando si apre una crisi, un contenzioso, avere chiaro dove alla fine si parerà o si cercherà di parare. In questa occasione quasi a confermare l’inesperienza, l’inettitudine politica dei più, si è andati alla cieca, allo sbaraglio, con le inevitabili conseguenze anche personali. La stragrande maggioranza dei parlamentari uscenti non sarà rieletta. E questo, forse, è l’unico dato positivo di tutta questa brutta storia. Cosa faranno i partiti, gli schieramenti, ma più corretto definirli le armate Brancaleone?

Il centro destra, ormai molto più destra che centro, apparentemente è pronto ed anche favorito per la disfida del 25 settembre. Favorito, nei sondaggi per quanto attendibili possano essere a campagna elettorale ancora non iniziata, soprattutto per l’incapacità del Pd e del centro sinistra a proporre ad oggi qualcosa di appena credibile. Ma il male oscuro del centro destra, storicamente, non è il raggiungimento della vittoria elettorale, già in molte occasioni gli è riuscito, bensì poi governare. Troppe tensioni, ambizioni, diversità, anche in politica estera divisa com’è tra filo russi e filo atlantisti, con l’aggiunta di un ingombrante e orami gerontocrate Cavaliere, che portano ad inevitabili ed inconciliabili dissidi. Aggiungiamoci la cronica scarsità di tecnici d’area che non puntellano in termini di capacità di proposta di governo, lo schieramento.

Ma è nel centro sinistra di oggi che le spine di fanno ben più appuntite. Qui più che male oscuro si tratta di malattia cronica. Divisioni, incomprensioni, ideologismi mai sopiti, impossibilità reale a mettere insieme una sinistra post comunista con truppe post democristiane dialetticamente agguerrite ma ormai povere di consensi. E poi assai complicato sfrondare l’ipotetica alleanza da personalismi, ambizioni spesso perfino smodate come se l’obbiettivo principale di vincere le elezioni passasse in secondo piano rispetto alla sempiterna sfida all’interno della coalizione stessa. Quello che è certo è che se il Pd, giustamente, vorrà impostare la campagna elettorale sulla “agenda Draghi”, se vorrà proporsi come continuatore di una esperienza di governo apprezzata e condivisa da molti italiani, atlantista, europeista, liberale ed anche progressista, autorevole, se vorrà proporsi come continuatore di una esperienza finita anzi tempo e già rimpianta da molti, dovrà scindere, dividersi, dal Movimento 5 Stelle di marca grillina e contiana perché ormai su altra sponda politica, opposta a quella a cui vuole approdare il Pd. Pena il venir meno da parte del Pd di ogni argomento elettorale e programmatico. Una alleanza definitivamente abortita ed archiviata.

Per il Pd non rimane che immaginare una alleanza nuova di zecca mettendo in fila, progetto non semplice, anzi assai complicato ma doveroso, i cespugli del centro, Renzi, Calenda, Toti, e chi più ne ha più metta, per proporre questa volta davvero una coalizione che assomigli in modo credibile al profilo del governo Draghi ad una coalizione di partiti e movimenti che possa essere riconosciuta dagli elettori italiani la prosecuzione del progetto del governo Draghi.

Questa coalizione potrebbe anche essere sconfitta il 25 settembre ma costituirebbe un caposaldo ed un importante riferimento per il futuro anche assai prossimo soprattutto se si dovesse ripetere come nel 2018 la vittoria di una coalizione senza però l’ottenimento della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Post scriptum. Con la diminuzione drastica dei parlamentari, 400 deputati e 200 senatori, con la mancata approvazione di un nuovo Regolamento parlamentare, sarà sufficiente la defezione di pochi per cambiare le maggioranze e il quadro politico.

Infine, il Movimento 5 Stelle. Un fenomeno irripetibile, speriamo, conseguente alla dabbenaggine e alla incultura politica di tanti italiani che in massa li votarono e che facciano mea culpa e si impegnino a non commettere più simili errori.

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