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Venerdì, 27 Maggio 2022
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“Letti nei corridoi, reparti chiusi e una struttura inadeguata: tutti i mali dell’ospedale di Terni”

Intervento del gruppo aziendale Uil Fpl del Santa Maria: “Venti anni di non scelte, la silenziosa privatizzazione della sanità e la pandemia hanno portato a nudo la situazione critica della sanità dell’Umbria del sud”

Riceviamo e pubblichiamo integralmente un intervento del gruppo aziendale Uil Fpl dell’azienda ospedaliera di Terni sulla situazione del Santa Maria.

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Il diritto alla salute per i cittadini del sud dell’Umbria è a rischio senza adeguati ed immediati interventi strutturali ed organizzativi. Venti anni di non scelte, la silenziosa privatizzazione della sanità e la pandemia hanno portato a nudo la situazione critica della sanità dell’Umbria del sud.

La sanità territoriale, insufficiente e poco efficace non è mai riuscita ad integrarsi con l’azienda ospedaliera Santa Maria, cosi come gli ospedali territoriali di Narni e Amelia. Si sono così generate liste di attesa chilometriche per le attività chirurgiche di bassa e media intensità, per le visite specialistiche e le prestazioni diagnostiche che sono impossibili da prenotare, vedi risonanze magnetiche, colonscopie, ecodoppler, ecografie, ecc. ecc. Il cittadino così è sempre di più costretto a rivolgersi fuori regione per gli interventi chirurgici o al privato per le prestazioni diagnostiche e visite specialistiche.

Il vetusto ospedale di Terni, costruito tra il 1950 e 1960 non può dare più risposte adeguate ai bisogni di salute dei cittadini del territorio ternano e limitrofo. Mancano gli spazi, con i letti sui corridoi che oramai sono diventati una normalità, con i posti letto insufficienti anche perché nel territorio non ci sono altre strutture adeguate ad accogliere le esigenze di una popolazione di anziani mentre l‘integrazione con l’ospedale di Narni e Amelia è inesistente. Continuiamo a definire l’azienda ospedaliera Santa Maria ad alta specialità, ma oramai è poco più di un ospedale di comunità. Abbiamo perso il conto di quanti reparti sono dedicaplti alla medicina generale e alla geriatria.

Sono venti anni che si discute sulle performance del pronto soccorso e anche in questi giorni si è riaperta la polemica sui tempi di attesa prima di essere visitati. È evidente che aspettare diverse ore prima di essere visitati è, a prescindere, non dignitoso, specialmente per un anziano, e potenzialmente pericoloso. Dobbiamo comunque renderci conto che gli accessi al pronto soccorso sono centinaia ogni giorno e che purtroppo episodi di lunghe attese possono capitare e capiteranno ancora. Questo vale prevalentemente per i “codici bianchi”, cioè per i casi di bassa complessità assistenziale, già controllata ed attribuita al triage. Le patologie gravi, gravissime e le urgenze, nonostante il grande numero accessi e il personale sempre al minimo indispensabile, vengono comunque affrontate con grande celerità e le risposte assistenziali sono adeguate. Il problema del pronto soccorso non si risolverà mai se i servizi territoriali non saranno messi in grado di fungere da filtro. In mancanza di risposte sanitarie sul territorio, è naturale che i cittadini   continueranno ad accorrere in massa al pronto soccorso anche per situazioni non gravi.

La Uil Fpl ha partecipato negli anni a numerosi incontri con le varie amministrazioni comunali e regionali e sempre ha sottolineato la necessità di potenziare la medicina territoriale e proposto con forza la necessità di integrazione tra territorio e azienda ospedaliera, anche creando una rete con gli ospedali del territorio. Siamo stati sempre in prima fila anche a rivendicare un nuovo ospedale a Terni. Tutte le amministrazioni ci hanno ascoltato con attenzione, si sono impegnate a procedere nella direzione proposta, ma ad oggi, dopo qualche decennio, ci ritroviamo ancora a dibattere sugli stessi argomenti. Pertanto, questi venti anni di non programmazione sanitaria hanno creato un welfare sanitario assolutamente inadeguato sul territorio ternano e purtroppo non si vede un’inversione di tendenza, non si vede un progetto per l’Umbria del sud.

Certo, poi, all’interno dell’azienda ospedaliera l’organizzazione del lavoro, specialmente con l’emergenza Covid, è diventata complicata, spesso anche molto confusa. Il personale non medico ammonta a 1.200 unità (infermieri, TSLB, TSRM, ostetriche, Oss, ausiliari) ed è da oltre un anno senza dirigente, con solo tre posizioni organizzative di cui una facente funzione di responsabile del Sitro (servizio infermieristico) e con l’assenza di più di trenta coordinatori infermieristici (capo sala). L’urgenza di ridisegnare il modello organizzativo del Sitro è improrogabile, tuttavia potrebbe diventare aleatoria senza un dirigente autorevole che proponga un modello contestualizzato sulle reali e complesse esigenze organizzative della macchina aziendale.

Dal primo ottobre 2021 al 16 gennaio 2022 siamo in attivo di circa sessanta infermieri, di ventidue medici e nove tecnici ma nel frattempo la pandemia ha costretto a casa diversi operatori. Ci sono tre reparti chirurgici chiusi con circa cinquanta posti letto dedicati in meno, con il personale recuperato e inviato a potenziare vari altri reparti. Tuttavia, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a comprendere come venga gestito questo tesoretto di infermieri. Con quali criteri e secondo quali indici di complessità assistenziale è stato assegnato il personale nei vari reparti o servizi?

Ci sono settori in grande difficoltà, con soli tre infermieri e un operatore socio sanitario per ogni turno, che si dividono tra due reparti impegnativi come neuro e stroke unit, oppure la geriatria costantemente con oltre ventisei malati, con letti sul corridoio che non fanno più notizia, con due infermieri a turno e un Oss. L’Oss è però molto spesso una presenza puramente teorica, perché viene spostato di continuo per necessità che si creano in altri reparti. Non dimentichiamo la situazione che stanno vivendo le sale operatorie e in particolar modo il personale afferente a quelle del dipartimento cardio-toraco-vascolare, che negli ultimi due anni si è visto caricare la routine e soprattutto le reperibilità dell’intero dipartimento, con un’incidenza delle chiamate di notte e nei festivi quasi raddoppiata. E potremmo continuare.

La continua fuga dei professionisti verso altre realtà sanitarie, specialmente fuori regione è un fatto che da qualche anno non sfugge più a nessuno e meriterebbe un’attenta riflessione. Medici e infermieri se ne vanno e se continuiamo a coprire i posti dirigenziali con i facenti funzione perderemo altri dirigenti medici, magari in qualche unità operativa di alta specialità. La mobilità attiva che alzava il Pil della sanità umbra dal 2017 è in calo costante e con il Covid tale calo ha avuto un’accelerazione ancor più evidente.

Qui non è in discussione l’impegno della direzione generale, ma purtroppo il lavoro profuso non si traduce poi in risultati concreti ed evidenti per le esigenze di salute della nostra comunità. Non ci sfuggono le difficoltà ereditate, la contingenza dell’emergenza pandemica e le carenze di una sanità territoriale che non funziona, ma non sfugge neanche che le liste di attesa in ambito chirurgico continuano ad aumentare, che i cittadini per indagini specialistiche e diagnostiche devono ricorrere ad altre strutture fuori regione o comunque al privato.

La sensazione è di essere entrati in una spirale senza fine, con una confusione organizzativa che crea malessere ed insoddisfazione tra il personale, molto stanco da due anni di emergenza.

La professionalità, la grande volontà di medici, infermieri, tecnici, ostetriche, Oss, ausiliari e del personale amministrativo consentono ancora risposte assistenziali adeguate e di qualità. Ma, in assenza degli interventi strutturali ed organizzativi necessari ma per quanto tempo ancora sarà possibile?”.

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