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Benigni sempre più Papa, Papa sempre più Benigni

Le parole del pontefice sui gay nei seminari, intervento di Arnaldo Casali, direttore dell’Istess: “Questa potrebbe essere l’occasione per tornare a parlare di unioni omosessuali e di abolizione del celibato ecclesiastico, anziché continuare a discutere del nulla solo per attaccare una figura scomoda”

All’indomani della “performance” a San Pietro con Roberto Benigni, papa Francesco è stato investito dalla polemica più pesante del suo pontificato, proprio per aver usato un’affermazione colorita e irriverente, soprattutto per quell’ambiente politico di cui il “Piccolo Diavolo” è espressione.

Curioso come i ruoli si siano davvero invertiti: dal “wojtylaccio” del comico alla “frociaggine” del Papa si è rovesciato tutto, tranne il perbenismo.

Battute a parte, è profondamente disgustoso il modo in cui uno scandalo sia stato creato ad arte da Repubblica e cavalcato - non a caso - da tutto quel “mainstream” politico che ha come suo principale riferimento la succursale italiana del Partito Democratico americano.

Oggi l’unica opposizione a questo pensiero unico - impegnato a sostenere il capitalismo e il consumismo e che da due anni mostra il suo volto più brutale nella propaganda di guerra - è la voce del Papa.

L’unica voce non ricattabile, l’unica che si può permettere di parlare ancora di pace, di ambiente, di vita, di condivisione, di doveri e non solo di diritti. Perché il pensiero individualista e consumista, invece, i doveri non se li può permettere. E siccome i diritti miei finiscono dove iniziano quelli tuoi, a cavalcare i diritti individuali si finisce sempre per generare conflitti (vedi “Gay razzista contro immigrato omofobo: da che parte stare?”), ma chi se ne importa: i conflitti e la solitudine sono utili all’economia, quindi viva la guerra.

Non stupisce, allora, che questa voce anticonformista debba essere messa a tacere, in un modo o nell’altro. Anche il più ridicolo.

Non a caso, pochi giorni fa era partita la campagna mediatica sui presunti diritti violati dei lavoratori del Vaticano, che in realtà sono molto più tutelati e privilegiati di qualsiasi lavoratore italiano (formidabile la battuta di Giovanni XXIII che a un giornalista che gli chiedeva quanti lavorano in Vaticano, rispose “la metà”).

Oggi, addirittura, a generare uno scandalo immane è un’espressione gergale e colorita (che peraltro sarebbe stata pronunciata in un contesto privato e informale) e una presa di posizione che conferma una linea già consolidata.

Non è un caso - dicevo - che la prima testata a pubblicare la notizia sia stata Repubblica, e non è un caso che le parole più dure arrivino da Vito Mancuso (di fatto portavoce teologico del partito) che usa lo stesso linguaggio di un politico dell’opposizione che commenta una dichiarazione del premier, e non certo quello di un teologo che commenta le parole del Papa.

Sarò malizioso, ma in questa polemica creata ad arte, io ci vedo anche il tentativo del Partito di neutralizzare la candidatura - mal digerita - di Marco Tarquinio alle Europee. Proprio perché anche quella di Tarquinio è una voce profondamente dissonante rispetto al partito che l’ha candidato.

Ora si tende a contrapporre le parole di oggi al celebre “chi sono io per giudicare” di ieri. Come se puntare il dito contro le lobby gay fosse omofobia.

“Non ce l’ho con i gay, ce l’ho con le lobby”, aveva già detto Francesco anni fa, proprio a chi gli chiedeva chiarimenti su certe sue posizioni.

Sono undici anni che il Papa è vittima di lotte intestine fra queste lobby, peraltro di opposte fazioni ideologiche: è così strano che ne sia esasperato?

E tra preti che abbandonano le parrocchie per andare a convivere con il proprio compagno, altri che vengono filmati a festini, altri ancora che si costruiscono veri e propri harem, è tanto assurdo che il Papa dica “è meglio che non si facciano preti”?

Che cosa c’entra questo con la discriminazione, quando viene - appunto - dallo stesso papa che ha promosso diritti civili e benedizioni per coppie omosessuali, attirandosi valanghe di critiche?

Ma perché il Papa - qualcuno ha già obiettato - se la prende proprio con i gay e non in generale con i preti che fanno una vita promiscua o danno scandalo, a prescindere che siano eterosessuali o omosessuali?

Questo varrebbe la pena di indagare, anziché tuonare “il papa deve chiedere scusa” come ha fatto Mancuso - quando, peraltro – Francesco è non solo l’unico papa a chiedere scusa, ma l’unico personaggio pubblico a farlo regolarmente (Mancuso l’ha mai fatto? Non mi pare, e dovrebbe farlo quanto meno oggi per le affermazioni deliranti e palesemente in malafede sul pontificato di Bergoglio – che è arrivato a paragonare a Pio IX).

Magari potremmo scoprire che il fenomeno dei preti omosessuali è più problematico di quello dei preti eterosessuali, perché - non potendosi sposare - i gay sono più incoraggiati a intraprendere la carriera ecclesiastica.

Insomma, i seminari rischiano di diventare un rifugio per gay più o meno repressi, con tutto ciò che ne consegue.

Semmai, allora, questa potrebbe essere l’occasione per tornare a parlare di unioni omosessuali e di abolizione del celibato ecclesiastico, anziché continuare a discutere del nulla solo per attaccare una figura scomoda.

Perché una volta liberata la polemica dall’ipocrisia del linguaggio politicamente corretto (tanto più ridicola in un contesto privato), che cosa avrebbe detto di sbagliato il Papa?

*direttore dell’Istituto di studi teologici e storico sociali


 


 

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