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Cronaca

“Avevo già due figlie, non potevo perdere altro tempo e così ho abortito: mi sono sentita una bestia al macello”

La testimonianza | “L’infermiere mi disse che ci potevo ripensare, ma io volevo andare fino in fondo. Il mio dramma iniziò dopo, al risveglio nel lettino: è come se fosse caduto un velo”

“Ero una convinta femminista, venivo dalle fila del ‘68, dove avevo partecipato alle battaglie per l’emancipazione femminile. Ero infarcita di ideologie, convinta che l’emancipazione della donna passasse assolutamente per il motto ‘il corpo è mio e decido io’ e cose di questo genere. Così, quando rimasi incinta del mio terzo figlio - avevo già due bambine - non ci pensai neanche un istante: non potevo permettermi di perdere tempo, dovevo completare i miei studi universitari e mi sembrava assolutamente naturale mettere in pratica tutto quello che avevo acquisito, di cui andavo sicura. Prenotai l’aborto senza indugio e nessuna delle istituzioni di allora mi aiutò a riflettere o a valutare altre possibilità. Quella gravidanza mi dava anche forte nausea e la mia priorità era liberarmi velocemente di quel ‘problema’, non pensavo minimamente al bambino. La cosa fu molto molto facilitata dal fatto che conoscevo un medico che mi fece un certificato e da un'assistente sociale che mi chiese semplicemente: Veramente sei convinta?

Quando mi ritrovai sul lettino della clinica, ebbi un attimo di cedimento: quello è un momento difficile anche per la donna più convinta. L’infermiere mi disse che ci potevo ripensare, ma io volevo andare fino in fondo…

Il mio dramma iniziò dopo, al risveglio nel lettino: è come se fosse caduto un velo, mi resi conto di essere come in un mattatoio. Tutto il reparto era dedicato a queste “esecuzioni” e io mi sentii come una bestia al macello. Sul cuscino trovai un rametto di vischio che qualcuno avevo posto: era quasi Natale.

Nonostante fossi partita così convinta, la prima sensazione che ebbi fu di vuoto assoluto, un baratro, un gelo senza fine. Al posto dell’utero sentivo come un buco. In un attimo crollarono tutte quelle stupide teorie che avevo coltivato per anni. Una cosa è dirle, una cosa è viverle. Mi sentivo la madre di un figlio morto, una parte di me era morta con lui.

Nei mesi seguenti cercavo di elaborare il lutto, ma io non potevo elaborare il lutto di un omicidio. Non avevo da piangere un bambino morto per una malattia o incidente, io mi sentivo la carnefice di questo bambino. Quindi l’elaborazione del lutto è stata tremenda. Ho preso la strada dell'autodistruzione e sono caduta in una depressione tremenda: all’università scappavo dalle lezioni, mi sentivo male, svenivo. Ho cominciato a fare analisi e accertamenti per alcuni anni. Ho smesso di vivere.

Ma io non imputavo la mia situazione a quell’aborto, non avevo collegato, non volevo collegare le due cose. Quando uscivo, vedevo le mamme con i bimbi: pensavo al mio bambino, a come sarebbe stato. Sentivo quell’odore tipico dei bimbi piccoli… Sono stata malissimo per anni, avevo smesso di guidare la macchina, a casa mi hanno dovuto mettere un’assistenza perché non riuscivo a gestire le altre figlie… Finché un giorno benedetto una mia amica mi ha trascinato a Medjugorje attraverso una serie di coincidenze che solo ora capisco. Non riuscivo neanche a stare in piedi, ricordo che viaggiai stesa. Ma lì ho incontrato Dio e ho capito che solo Lui poteva riuscire e guarire questa ferita, Dio ha toccato questo vuoto tremendo che portavo, riempiendolo di amore e di perdono. Lì finalmente ho chiesto perdono al mio bambino, gli ho dato un nome e mi sono sentita guarita, risanata, rinata a nuova vita…

Quando questa ferita ha trovato la sua pace e la sua guarigione, sono rimasta incinta nuovamente ed è nato un altro figlio.

Non potrò mai cancellare il dolore per aver perso il mio bambino, ma ho trovato un senso nuovo alla mia vita e vorrei che nessuna donna soffrisse più come ho sofferto io per aver eliminato il proprio bambino.

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