Boom di attività di autolavaggio, si allunga l’ombra del riciclaggio

Dibattito in consiglio regionale, Fiorini (Lega): controlli incrociati tra acqua prelevata e capacità di depurazione degli impianti. La risposta di Palazzo Donini

Spuntano come funghi: sotto i condomini, nelle vie più nascoste della città. E “praticano prezzi bassissimi”. Elementi che hanno fatto saltare la mosca al naso al consigliere regionale della Lega, Emanuele Fiorini. “Non vorrei che dietro a questi autolavaggi che stanno nascendo ovunque ci sia un riciclaggio di denaro”.

Sospetto lecito visto che in mezza Italia, da Roma all’hinterland casertano, attività come quelle messe nel mirino dall’esponente del Carroccio, vengono sequestrate dalle forze dell’ordine proprio perché sospettate di essere uno strumento attraverso il quale ripulire soldi che arrivano da ben altri affari. Appunto, autolavaggi.

Da qui, secondo Fiorini, la necessità di approfondire la questione. Che è stata portata all’attenzione del consiglio regionale. Fiorini ha perciò chiesto all’assessore all’ambiente, Fernanda Cecchini, “se le autorità preposte al controllo hanno ravvisato irregolarità negli scarichi di acque reflue prodotte dalle attività di autolavaggio” e in particolare “se sono state trovate incongruenze fra i metri cubi di acque reflue autorizzati e i metri cubi di acqua effettivamente adoperati”.

Illustrando la sua richiesta, Fiorini ha spiegato che dal confronto con l’assessore comunale di Terni, Stefano Fatale, e con l’associazione autolavaggi di Terni “è emersa la necessità di porre attenzione sulla disciplina degli scarichi che costituisce una delle componenti principali della normativa per la tutela delle acque. Talvolta l’autorizzazione allo scarico in pubblica fognatura è rilasciata per un quantitativo esiguo di metri cubi annui. Ma questo quantitativo risulta del tutto inadeguato ai fini dello svolgimento di un’attività come quella di un autolavaggio che si caratterizza per l’impiego di importanti quantitativi di acqua. In alcuni casi, quindi, si registrano delle discrepanze fra i metri cubi di acque reflue industriali cui si riferisce l’autorizzazione e quelli effettivamente adoperati nell’attività di autolavaggio” che risultano dalla documentazione attestante i consumi di acqua dell’attività. Lo scrupolo non serve soltanto a “garantire il rispetto delle norme e a tutela dell’ambiente”. In realtà, bluffare sugli impianti di depurazione consentirebbe di abbattere i costi di esercizio e dunque di poter praticare prezzi stracciati. Che stracciano la concorrenza “legale” e dunque danno un sicuro profitto ad una attività che, magari, nasce grazie e risorse non proprio pulite.

Stando a quanto riferito dall’assessore Cecchini, non risulta che “ci siano superamenti di acqua prelevata rispetto al quantitativo concesso, né che ci siano infrazioni rispetto alla normativa vigente. L’autorità competente allo scarico è l’Auri che si avvale del gestore servizio idrico integrato per il controllo della qualità dello scarico, che predispone un programma di controlli annuali presso le ditte autorizzate. Qualora tale gestore ravvisi nello scarico un superamento dei valori limiti imposti, lo comunica all’Auri che provvede a emettere un provvedimento di diffida. Le autorizzazioni non contengono il quantitativo massimo di acque che possono essere scaricate. Tale parametro è variabile in funzione dell’effettiva attività svolta e poco significativo ai fini del funzionamento del processo di depurazione. L’autorità competente al rilascio di concessioni è la Regione Umbria. Nell’autorizzazione all’attingimento è previsto che la ditta debba comunicare entro il mese di gennaio di ogni anno i consumi di acqua prelevati nell’anno precedente, per verificare che gli stessi non superino quelli concessi”.

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“Secondo quanto detto dall’assessore – replica Fiorini - il gestore dovrebbe autodenunciarsi in caso di violazione”. Evenienza che appare piuttosto rara. E manca, soprattutto, un controllo incrociato dei dati: l’autorizzazione viene concessa dalla Regione che però non verifica la quantità di acqua utilizzata e dunque se i parametri del depuratore vengono rispettati o meno. Insomma, c’è un vero e proprio buco. Normativo e di controlli. E chi se volesse approfittare, ha carta bianca.

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