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Antonio Campana tra gli agenti

Antonio Campana tra gli agenti

Boss della sacra corona unita voleva evadere dal carcere di Terni

Il piano di Antonio Campana: “fili d’angelo” nascosti nel pane per passare il Natale in famiglia. Chiuse le indagini: le intercettazioni

Voleva evadere dal carcere di Terni, l’ergastolano Antonio Campana, 39 anni, fratello di Francesco, presunto capo della sacra corona unita, e di Sandro, ultimo pentito del sodalizio mafioso. Il piano di fuga lo aveva progettato assieme allo zio, Igino Campana, 53 anni, per trascorrere il prossimo Natale con i suoi familiari, da latitante, ma pur sempre uomo libero sulle colline della Selva di Fasano. Le istruzioni su come e quando segare le sbarre della finestra della sua cella sono state intercettate, dopo che gli agenti della penitenziaria hanno segnalato la disponibilità di un telefonino, dando il via all’inchiesta.

Gli avvisi di conclusione indagine

A entrambi, nei giorni scorsi, sono stati notificati gli avvisi di conclusione dell’indagine coordinata dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Lecce: sono accusati in concorso di evasione, con l’aggravante di aver progettato il piano “al fine di agevolare l’attività della Sacra corona unita alla quale entrambi appartengono”. Antonio Campana resta detenuto nel penitenziario di Terni, dove è arrivato in seguito alla condanna al fine pena mai per l’omicidio di Massimo Delle Grottaglie, avvenuto il 16 dicembre 2001. Ergastolo diventato definitivo il 26 maggio 2017 per effetto della pronuncia della Cassazione (stessa decisione per l’altro imputato, Carlo Gagliardi).

Lo zio Igino Campana è ristretto nella casa circondariale di Lecce. Il primo è difeso dagli avvocati Ladislao Massari del foro di Brindisi e Francesco Mattiangeli di Terni, il secondo dall’avvocato Gianfrancesco Castrignanò. È stata, quindi, confermata l’impostazione contestata inizialmente nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita il 15 maggio scorso dagli agenti della Mobile di Brindisi. Il sostituto procuratore distrettuale antimafia, Alberto Santacatterina, ha riportato due colloqui telefonici considerati di rilievo ai fini dell’inchiesta che, a questo punto, viaggia verso la richiesta di rinvio al giudizio del Tribunale.

Le intercettazioni

La prima conversazione intercettata risale al 17 marzo, la seconda al 20 marzo. A parlare sono “Antonio e Igino, all’epoca in libertà”: “concordavano – scrive il pm – l’introduzione all’interno del carcere di fili diamantati da parte di Igino”. Questi avrebbe dovuto procurarsi i cosiddetti “capelli d’angelo, idonei a segnare le sbarre” che “successivamente furono trovati nella sua abitazione”. La “consegna doveva avvenire nel mese di giugno, in occasione di una manifestazione teatrale” in programma nel carcere, “approfittando dei momenti di convivialità tra familiari e detenuti”.

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