Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Cronaca

Carcere duro a Terni, scoppia la “guerra” del pacco famiglia: il boss sconfigge il ministero

Niente scambi di oggetti fra detenuti sottoposti al regime del 41bis, possono essere usati per lanciare messaggi all’esterno. Esponente della mafia presenta ricorso e vince

Secondo il ministero della giustizia, la regola introdotta nel 2009 che vieta lo scambio di oggetti - anche di natura alimentare - fra detenuti sottoposti al regime del 41 bis, risponde alla ratio di “impedire posizioni di predominio tra i detenuti, evitando in modo assoluto che vengano occultati oggetti, beni o messaggi diretti a mantenere i contatti con il sodalizio criminoso”.

Un provvedimento contro il quale il boss Carmelo Giambò, esponente della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto e pluripregiudicato, condannato per estorsione e omicidio e detenuto nella casa circondariale di Terni, ha presentato ricorso al tribunale di sorveglianza di Spoleto che a marzo del 2018 gli ha dato ragione. L’ordinanza è stata impugnata dal ministero attraverso l’avvocatura di Stato sul presupposto che “lo scambio di generi alimentari infragruppo non realizzasse alcuna lesione del diritto dei detenuti sottoposti al regime del 41bis a fruire di una minima socialità con i compagni”, ma anzi rispondesse proprio ai criteri per i quali il regolamento era stato introdotto.

A settembre del 2018, il tribunale di sorveglianza di Perugia ha rigettato il reclamo del ministero, sostenendo che “lo scambio di oggetti di modico valore, quali i generi alimentari pervenuti attraverso il circuito interno dell’istituto o con il cosiddetto pacco famiglia, non avrebbe potuto recare alcun vulnus alle esigenze sottese al regime differenziato; tanto più che gli scambi, quando erano ancora autorizzati secondo la normativa precedente, non avevano mai previsto la traditio diretta del bene tra un detenuto e l’altro, essendo inibito ai reclusi di portare con sé degli oggetti all’uscita della stanza detentiva; e sussistendo, in ogni caso, il filtro del controllo visivo quale ulteriore meccanismo a presidio di eventuali comunicazioni fraudolente”.

La questione è dunque arrivata fino alla Corte di cassazione che, sulla scorta di un pronunciamento della Corte costituzionale, ha definitivamente dato ragione a Giambò. Viene infatti definito incostituzionale il divieto di scambiarsi oggetti tra detenuti e, invece, “deve ritenersi consentito alla direzione dell’istituto penitenziario di autorizzare la cessione o lo scambio di oggetti tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità”.

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