Cronaca

Caso Barbara Corvi, la lettera di Lo Giudice: “Avevo messo in atto il modo di farla finita”

Maurizio, fratello del marito della donna scomparsa da Amelia dodici anni fa, scrive a Klaus Davi: “Basito per il comportamento della procura di Terni, prima di indagarmi potevano chiedere un colloquio”

Nella vicenda di Barbara Corvi, la giovane mamma scomparsa da Amelia nell’ottobre del 2009, si stanno intrecciando le sorti della famiglia Lo Giudice. Quella di Roberto, marito della donna e arrestato due settimane fa con l’accusa di omicidio e occultamento di cadavere, e quella di Maurizio, fratello dell’uomo e indagato dalla procura di Terni per le stesse ipotesi di reato.

Gli investigatori sono arrivati a loro dopo avere ottenuto una serie di riscontri investigativi anche grazie alle testimonianze fornite da tre collaboratori di giustizia, interni o comunque vicini al potente clan di ‘ndrangheta.

Ed è probabilmente anche a questi che Maurizio si riferisce nella lettera inviata al giornalista e massmediologo Klaus Davi, che in questi giorni si sta dedicando molto al caso Corvi come ad altre vicende che riguardano la criminalità organizzata. In un passaggio della missiva, LO Giudice scrive infatti che “aldilà di varie vicende vissute negli ultimi 25 anni tra galera e tantissimi altri problemi che ancora oggi devo fronteggiare e chiarirò nelle sedi opportune, non mi arrendo al fatto di essere riuscito a realizzare una famiglia lontana dalla Calabria con tutti i suoi valori e principi basati sul lavoro e l’onestà, ultimamente credo che questo dà fastidio a molte persone, non escludendo amici, parenti, vecchi conoscenti”.

Un ambiente, quello della criminalità, da cui Lo Giudice dice di avere preso le distanze: “È per questo che sto lavorando alla ricostruzione degli ultimi 25 anni della mia vita e le garantisco che sono arrivato ad ottenere ottimi risultati, come un (antivirus) contro ogni malessere che si presenterà. Le assicuro che sarà derattizzato, perseguitato nelle sedi opportune e chiarito alle autorità di competenza e giustizia”.

La lettera serve però all’uomo anche per riscrivere alcuni passaggi della sua vita, quelli che inevitabilmente sono finiti nei fascicoli d’inchiesta. “Ho letto le sue ricostruzioni sull’omicidio Raffaele Tavella e di Bruno Nucera avvenuto nel 1990 a San Brunello in Reggio Calabria – scrive Lo Giudice a Davi - Premetto che la seguo ormai da tantissimi anni la sua attività contro la criminalità organizzata e ne apprezzo lo slancio e il coraggio. In merito al documento che ha pubblicato cioè l’interrogatorio fattomi dal pm dottor Francesco Mollace nel 1999 desidero precisare quanto segue, anche in conseguenza della ricostruzione fatta nel programma Fatti e misfatti. Grazie a lei che mi ha indicato dei dettagli che mi ha colpito più di ogni altra cosa è la data di questi fatti molto tristi, lei stesso indica una data di cui ho avuto modo di ricostruire il periodo, e le posso dire con certezza che io non mi trovavo in quel periodo a Reggio Calabria ma bensì mi trovavo in Montecampano di Amelia (Terni) con mio padre le mie sorelle e i miei fratelli in quanto era al soggiorno obbligato (verificate). Quindi mi sarebbe stato impossibile recarmi a San Brunello con il nipote Fortunato Pennestrì. Intendo quindi correggere quanto detto nel 1999 un periodo per me complesso e di forti pressioni psicologiche ed emotive (verificate cartella clinica carcere di San Pietro, Reggio Calabria). Confrontando e incrociando date e giorni del suo racconto, mi sono sentito in dovere dirle che non mi rivedo su quelle dichiarazioni rese su dei reati di ben 31 anni fa parliamo, quando io avevo circa 14 anni”.  

E la lettera passa poi alla vicenda più recente che lo vede tra i “protagonisti”, ossia la scomparsa di Barbara Corvi.

“Rimango basito per il comportamento della procura di Terni: anziché e prima di indagarmi basta, chiedere un colloquio a sostegno delle loro indagini. Colloquio che ho inoltrato e chiesto al procuratore nazionale antimafia De Raho, ad oggi senza alcuna risposta. Più basito ancora e perplesso l’aver chiesto il mio arresto, sapendo ogni cosa della mia vita. Ringrazio il gip che non ha convalidato il mio arresto: grazie di avermi concesso ancora di vivere, avevo messo in atto il modo di farla finita”.

“Sono 21 anni che ho preso le distanze dalla criminalità, un mondo ingiusto, fatto di tragedie e falsità e non intendo più tornarci. Continuo la mia battaglia contro ogni tipo di criminalità per un futuro migliore, non solo per me stesso e dei miei figli, ma anche dei miei nipoti in quanto nonno. Ma la continuo non più da collaboratore di giustizia e neanche da ex collaboratore di giustizia – dice dunque Lo Giudice - ma da uomo libero, senza collare e senza guinzaglio”.

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