Coltellate in piazza Tacito, la Cassazione: gelosia non è un’aggravante

“È l’amante di mia moglie”, e lo colpisce 22 volte al torace. La suprema corte: non sono futili motivi. La sentenza torna all’Appello che riduce la pena

Accecato dalla gelosia lo ha colpito 22 volte al torace con un coltello da cucina. Ma quella della gelosia era “soltanto una voce” e non un’aggravante, che poi il tribunale avrebbe usato per confezionare la pena a sei anni di carcere, inflitta in primo e secondo grado.    

I fatti

È il 6 agosto del 2014. Jhoan Bisa, di nazionalità filippina, si scaglia contro il connazionale Sebastian Jr Datu Santos che sta passando in quel momento in piazza Tacito in bicicletta. Da qualche tempo nella “ristretta comunità filippina” di Terni circola la voce che Datu, seppur sposato, abbia una relazione con la moglie di Bisa. Prima volano parole grosse poi, al culmine della lite, Bisa tira fuori il coltello e colpisce il rivale in amore. Le indagini sono veloci e l’accusa prende corpo in poco tempo: tentato omicidio.
Il 4 novembre del 2015 il gup del tribunale di Terni alla fine del rito abbreviato emette la sentenza di condanna: sei anni di reclusione con l’aggravante dei futili motivi, interdizione dai pubblici uffici e una provvisionale immediata a parziale copertura dei danni di 70.000 euro (50.000 per Santos, 20.000 per la moglie). La sentenza viene confermata l’11 aprile del 2016 dalla corte d’Appello di Perugia.

Il ricorso

L’aggravante dei futili motivi viene motivata dal fatto che Bisa avrebbe commesso il delitto “animato da spirito vendicativo ovvero punitivo (…) poiché la sua onorabilità era stata lesa dalle voci che circolavano e riguardanti la relazione amorosa tra la propria moglie e il Datu, indipendentemente dalla fondatezza delle voci stesse”. Questa la ricostruzione dei fatti nelle due sentenze, che proseguono: “L’esistenza di tale movente trova riscontro nel contenuto delle dichiarazioni rese dalla moglie dell’aggredito, nell’assenza di prove in ordine all’esistenza della relazione amorosa extraconiugale e di un qualsiasi tentativo dell’imputato di verificare la fondatezza delle voci, nonché nel fatto che il reato venne commesso in una piazza costantemente frequentata da molte persone; sussiste notevole sproporzione fra intento di punire chi sia ritenuto responsabile di lesione alla propria onorabilità ed estrema gravità del reato voluto dall’imputato”. L’aggressione era insomma immotivata o comunque sproporzionata rispetto alla esistenza di una presunta relazione.
“Motivazione illogica”, ha però sostenuto l’avvocato Francesco Mattiangeli, ricorrendo alla Corte di cassazione con l’obiettivo di riformare la sentenza. Perché, in sostanza, pur mancando la prova provata della relazione extraconiugale, in Bisa era comunque “nato un sentimento di gelosia per le voci che si erano diffuse in ordine al presunto tradimento della propria moglie e che ritenesse credibili tali voci”. E, “in effetti, fu proprio un sentimento di gelosia incontrollabile a causare in un brevissimo lasso temporale il diverbio e l’aggressione”.

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La sentenza

“Non potendosi senz’altro desumere dal contenuto di una voce corrente nell’ambito di una comunità ristretta di città di piccole dimensioni che il motivo fondante l’azione delittuosa sia stato senz’altro quello della gelosia, ovvero della vendetta, nessuna prova sussiste in realtà in ordine ai motivi dell’agire dell’imputato”, spiega la prima sezione penale - presidente Patrizia Antonella Massei - nella sentenza di riforma. Per questo, “la sentenza impugnata è da censurare, dovendosi escludere che il delitto sia stato commesso per motivo futile”. La sentenza è perciò tornata alla corte d’appello di Firenze che ha ridotto la condanna a 5 anni e 4 mesi di prigione. “Il mio assistito si trova agli arresti domiciliari - commenta l’avvocato Mattiangeli - e nel frattempo ha anche pagato un risarcimento da 5.000 euro alle vittime”.

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