Coronavirus, la battaglia di un ternano positivo: “E’ in ospedale, lo sta tormentando da venti giorni”

Il racconto del giornalista ed inviato del TG1 Amedeo Ricucci in un post su facebook dove parla del suo compagno di tante avventure: “Guarirà, sta già meglio ed il suo umore è tornato ad essere quello di prima

foto di repertorio

“Un amico, il compagno di tante avventure”. Il collega e giornalista Amedeo Ricucci ha pubblicato un post sul proprio profilo facebook dove racconta la vicenda di Simone, cameramen ternano con il quale ha vissuto una lunga serie di avventure lavorando gomito a gomito. L’inviato del TG1 poi tranquillizza i lettori: “Per fortuna sta guarendo. Ma dal suo letto d'ospedale continua a dirmi di fare attenzione, perché questo è un virus bastardo, che non fa sconti a nessuno

"Il virus? Me lo sento dentro. E' come se avessi un ospite che si muove a suo piacimento, contro la mia volontà, dentro il mio corpo". Per fortuna il mio amico Simone sta guarendo. E dal suo letto d'ospedale, al telefono, le sue parole sono per me pennellate vivide che, con grande efficacia, riescono quasi a farmelo vedere, a materializzarne l'immagine di questo piccolo mostriciattolo che abbiamo imparato a conoscere sotto il nome di COVID 19 e che lo sta tormentando da 20 giorni.

"Lo senti quando respiri - mi spiega - come un soffio caldo che ti sale da dentro e che ti toglie il respiro. Qualcosa che non è tuo, che non fa parte di te, lo riconosci. Ed è questa per me la sensazione più brutta. E' come se avessi un ospite che si ribella al mio corpo – scrive Ricucci - che vuole piegarlo al suo volere. Non è come quando si ha una banale influenza, no."

Le avventure passate con il cameramen

Simone è l'amico e il compagno di tante avventure. Con lui abbiamo schivato i proiettili dell'ISIS in tante battaglie - a Sirte, a Mosul, a Raqqa; ci siamo intossicati con il fumo dei pozzi di petrolio dati alle fiamme a Qayara; abbiamo fatto La Lunga Marcia- a piedi e in autobus - assieme ai profughi siriani che nell'estate del 2015 da Lesbo sono arrivati a Vienna; abbiamo sguazzato nel fango dei campi profughi Royingha, schivando germi e batteri. Abbiamo sempre lavorato ventre a terra e fianco a fianco, proteggendoci a vicenda e rassicurandoci quando buttava male. Solo un mese fa un missile Grad ci è passato di un soffio sopra la testa mentre ce ne stavano cheti che ti all'aeroporto di Tripoli, in Libia.

E lui, fermo come una roccia, impassibile, è stato prontissimo a riprendere la scena con la sua telecamera. Un mito, il mio Simone, il compagno ideale per un giornalista un po' pazzo e molto esigente quale io sono. Scherzando gli dico sempre che lui in realtà sarebbe "inesportabile", per via del suo accento ternano esibito con orgoglio e anche per una certa diffidenza istintiva per il cibo che non sia delle parti sue. Adora il pollo, però - "lu pollastru", come lo chiama lui, con gli occhi che ridono - e riesce a mangiarne a quintalate. Mi viene in mente che una volta, a un pranzo in nostro onore, nel Kurdistan iracheno, ce ne portarono due interi, di polli, e noi eravamo in tre. Ebbene, Simone si mise di buona lena e li mangiò da solo tutti e due, arrivando a spolparne le ossa con una tale cura - e gusto - che lo scheick che ci ospitava non sapeva più dove guardare.

Simone guarirà. Sta già molto meglio e il suo umore è tornato ad essere quello di prima. Ma dal suo letto d'ospedale continua a dirmi di fare attenzione, perché questo è un virus bastardo, che non fa sconti a nessuno. Io resto qui ad aspettarlo, tutto il tempo che servirà, perché per me Simone è come un figlio - forse esagero, diciamo allora un fratellino - e comunque senza di lui non mi diverto più ad andare in giro per il mondo”.

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