Emergenza Coronavirus, il “picco” fa paura: possibili cento casi da terapia intensiva in Umbria

Il numero massimo di contagi è atteso per la prossima settimana. Medici e infermieri in prima linea, ma mancano mascherine, camici e altri strumenti di sicurezza. Scarseggiano anche personale qualificato e posti letto: possibile l’uso delle sale operatorie

Le previsioni danno nuvole nere. L’emergenza Coronavirus potrebbe raggiungere numeri “importanti” la prossima settimana - il picco è previsto per le prossime due settimane a partire da domani - e per l’Umbria l’ipotesi peggiore parla della necessità di cento posti per la terapia intensiva. Significa che saranno più che triplicate le esigenze a cui si è fatto fronte fino ad oggi.

LEGGI | La previsione dell’esperto: picco di contagi il 26 marzo

Un dramma nel dramma, perché l’urgenza sanitaria attorno alla quale sta lavorando la task force regionale anti Covid19, dovrà fare i conti con tutta una serie di falle che rischiano di essere drammatiche.

“Il personale in sanità manca da vent’anni – dice Marco Erozzardi, coordinatore regionale del Nursind, sindacato delle professioni infermieristiche – ma ora potremmo dover fronteggiare la carenza di personale qualificato”. Ossia personale in grado di gestire un così elevato numero di pazienti in terapia intensiva. Si stanno già reclutando anestesisti e specializzandi, ma potrebbe non bastare.

Perché oltre al personale, ci potrebbe essere la difficoltà nel reperire posti letto. Per questo, si sta già cominciando a ragionare sulla possibilità di “convertire” per questa esigenza le sale operatorie che diventerebbero reparti di terapia intensiva per gestire l’emergenza Covid19.  

Emergenza che rischia di esplodere anche sul fronte dei sistemi di sicurezza per gli operatori sanitari. Ad oggi, secondo l’Istituto superiore di sanità, sono oltre 3.600 i contagiati tra medici ed infermieri. Un dato enorme che si compone di una qualche decina di casi registrati in Umbria. E che potrebbe essere destinato ad aumentare se la situazione non dovesse sbloccarsi.

Nursind ha più volte sollevato la questione, denunciando “le gravi inadempienze e la grave violazione” delle normative legate alla tutela del personale sanitario “e il grave pericolo cui sono esposti gli infermieri (e il personale sanitario tutto) mediante l’utilizzo delle mascherine chirurgiche e dell’assenza di altri dispositivi idonei (come le mascherine FP3) non equiparati a dispositivi medici e sanitari utili alla protezione dei rischi da virus”.  

Anche la Fp Cgil di Terni ha inviato una formale diffida all’azienda ospedaliera e alla Usl Umbria 2 per la mancanza di dispostivi di protezione individuale. Nella lettera, inviata anche al prefetto di Terni, al sindaco, al commissario straordinario all’emergenza Covid19, e all’assessore regionale alla sanità, Luca Coletto, Giorgio Lucci, segretario della Fp di Terni, ha denunciato che “parte del personale opera in condizioni di sicurezza che non rispettano gli standard previsti, il tutto con la conseguente possibile messa a rischio della salute degli operatori stessi e degli utenti”.

“Nonostante l’impegno del personale di coordinamento nell’adoperarsi per reperire tagli dispositivi - spiega Lucci - questi ad oggi non risultano sufficienti a coprire il fabbisogno secondo le modalità previste nelle schede tecniche ed in particolare in riferimento ai tempi di utilizzo delle mascherine. Stante l’attuale situazione pandemica, la cosa è evidentemente inaccettabile”.

“Non solo mancano le mascherine – aggiunge Erozzardi – adesso cominciano a scarseggiare i camici e non ci sono più coprigamba, sostituiti dal personale con delle normali buste di plastica”.

La conseguenza è che tra medici e infermieri cominciano a registrarsi presenze di contagio da Coronavirus: un infermiere ad Orvieto, quattro all’ospedale di Perugia per qualche decina complessiva di casi in Umbria che compongono gli oltre 3.600 contagi in tutta Italia tra le professioni sanitarie.

“Abbiamo chiesto – aggiunge Erozzardi - che la Regione Umbria, come sostenuto anche dalla Organizzazione mondiale della sanità, si attivi per individuare il maggior numero di infetti attraverso i tamponi da praticare in modo massiccio, a cominciare da tutto il personale infermieristico e sanitario delle strutture regionali”.

In realtà, la procedura oggi è diversa. Le disposizioni diffuse lo scorso 14 marzo dal direttore della Salute e welfare della Regione Umbria dicono che “gli operatori sanitari e quelli dei servizi pubblici essenziali che hanno avuto un contatto stretto con casi sospetti o confermati di Covid19 continuano a lavorare se non presentano febbre, tosse, sintomi respiratori. Intorno alla quarta giornata dopo il primo giorno di contatto, i lavoratori (...) eseguiranno un tampone naso faringeo. In caso insorgano sintomi (febbre, tosse o sintomi respiratori) o il tampone risulti positivo, i lavoratori dovranno essere posti in malattia”.

La situazione insomma è delicatissima: il picco dei contagi potrebbe essere alla porte. E fronteggiarlo potrebbe essere molto difficile.

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