Covid, le previsioni che spaventano: tra novembre e dicembre possibili più casi che nella fase 1

Le proiezioni della Regione sui potenziali nuovi casi di contagio nei prossimi sessanta giorni, torna ad aumentare l’età dei “positivi”

Da luglio ad oggi è cresciuta in maniera costante l’età delle persone contagiate da Covid19 in Umbria. Se a fine luglio l’età media dei positivi era di 21 anni, oggi (o meglio, al 9 ottobre) l’età media è balzata a 39 anni.

Rispetto alla fase uno dell’emergenza Coronavirus, “la prima vera impennata nei contagi – ha spiegato nei giorni scorsi il commissario straordinario all’emergenza Covid in Umbria, Antonio Onnis - si è avuta in concomitanza delle vacanze estive con una latenza di 15-30 giorni e con i rientri delle persone da Paesi a rischio per la diffusione del virus. Da questa prima impennata, caratterizzata da un forte aumento del contagio tra i giovani, si è passati ad una seconda fase che vede, anche a ridosso dell’apertura delle scuole, una crescita delle infezioni intrafamiliari o in comunità e l’aumento dell’età dei contagiati”.

E l’avvio dell’anno scolastico sul territorio regionale movimenta all’incirca 140mila persone. “Se l’attività in aula è fortemente controllata, tutta la socialità extrascolastica sfugge al controllo – ha spiegato Onnis - Se poi si aggiunge una caduta della percezione del rischio, si spiega l’aumento dei casi”.

Aumento dei casi che fa registrare ogni giorno, ormai, un incremento dei contagiati e che in previsione lascia immaginare una situazione che potrebbe essere davvero preoccupante. La Regione Umbria ha infatti elaborato una previsione della curva epidemica fino ai prossimi sessanta giorni. Una proiezione che cerca di interpretare le tendenze del virus così da poter elaborare una strategia che riesca in qualche modo a consentire di affrontare questa fase due.

E i numeri sono da segnare in rosso. Perché se le proiezioni dovessero trovare conferma nella realtà, fra novembre e dicembre i dati farebbero un balzo indietro, fino a superare le cifre raggiunte nel periodo di picco dell’epidemia, ossia tra marzo e aprile. Con una serie di aggravanti da tenere in considerazione. Anzitutto, la stagione e – di conseguenza – il fatto che la maggior parte delle attività vengono fatte al chiuso, ossia laddove il virus sviluppa una maggiore facilità di trasmissione. E su un arco temporale, quello dell’inverno, molto lungo.

In questa analisi ci sono da aggiungere ancora un paio di considerazioni. Ossia, che il numero dei positivi cresce in maniera diretta rispetto a quello dei tamponi effettuati (sono stati circa 3mila solo nelle ultime 24 ore) e che -  nella stragrande maggioranza dei casi – i contagiati sono asintomatici.

Resta però il tema della gestione dell’emergenza. Le attività di contact tracking – ossia rintracciare i contatti dei positivi – stanno impegnando risorse e personale in maniera molto, troppo, intensa. E se è vero che, al momento, nessun modello matematico sembra poter fare immaginare che i reparti di terapia intensiva potrebbero “collassare”, è altrettanto vero che il tasso di ospedalizzazione cresce in maniera proporzionale a quello dei contagiati. E dunque, gli ospedali rischiano di andare incontro ad un nuovo blocco del sistema.  

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