La testimonianza dal reparto Covid di Terni: “Chiamati al fronte per combattere un nemico invisibile”

Il racconto di Antonella Cipria nel reparto malattie apparato respiratorio: "Che emozione assistere alla videochiamata tra una nonna e le nipoti che si trovavano a Londra, da pelle d'oca"

foto di repertorio

Viverla di vicino, prestare le proprie capacità mettendole a servizio di ogni singolo soggetto. Vedere con i propri occhi la sofferenza di ognuno di loro. Dal 16 marzo Antonella Cipria è stata trasferita al reparto Mar del quinto piano, interamente dedicato ai pazienti Covid: “Sono strumentista di sala operatoria. Il mio lavoro l’ho vissuto con grande professionalità e dedizione, mi piace tanto. Non avrei mai pensato di essere chiamata come un soldato al fronte per combattere un nemico invisibile”. Così è accaduto per necessità contingente, affrontare un’emergenza senza precedenti che naturalmente ha coinvolto anche l’ospedale di Terni: “Siamo stati trasferiti in altri reparti – come è accaduto per altri colleghi – e questo passaggio ha stravolto la vita a me e alla famiglia. Non pensavo di essere all’altezza di questa situazione all’inizio, di affrontare tale emergenza. Sono trascorsi venticinque anni dall’ultima volta che mi trovai a reparto”.

“Tra i pazienti, le protezioni da mettere: è un altro tipo di assistenza – afferma Antonella - Fondamentale cercare di confortare queste persone che sono comprensibilmente impaurite dalla malattia. Mi sono fatta un esame di coscienza ed ho pensato: mettiamoci in gioco. Ho pensato che ci sono donne e uomini i quali stanno soffrendo, combattono per la vita. Gli unici siamo noi a poter stargli vicino in questa fase".

"La cosa carina è che l’azienda ha messo a disposizione dei cellulari per fare le videochiamate, davvero commuovente. Mentre assistevo una paziente ha chiesto di poter sentire le due nipoti a Londra. Era un numero dell’ospedale non quello della nonna. All’inizio non hanno capito. Quando l’hanno vista è stato un incanto, lei felicissima da pelle d’oca. Si tratta di uno dei regali più belli che possono ricevere, trovandosi in isolamento. Anche se c’è la nostra presenza, l’affetto di una persona cara è sempre diverso. In questo caso specifico sentire o vedere nipoti che non vedeva da tempo”.

Il momento più difficile e l’esperienza vissuta

“Quando si verifica un decesso per i parenti purtroppo è uno strazio. Non possono visitare il paziente per l’ultima volta. Non possono dargli l’ultimo saluto. E’ uno strazio per tutti: ti telefona il parente per sapere cosa sta succedendo e purtroppo non possiamo fare nulla.  Mi è capitato una volta sola, una persona era in rianimazione poi è passata da noi e non ce l’ha fatta”.

Dal quel 16 marzo è trascorso poco più di un mese: “Ho conosciuto colleghe fantastiche. L’azienda ospedaliera ci fornisce protezione, presidi, c’è molta accortezza, attenzione da parte di tutti, un aspetto molto importante per poter lavorare bene. Da parte mia cerco sempre di adattarmi”. Poi c’è anche più di qualcuno che da fuori aiuta e sostiene: “Sono arrivate pizze, cornetti, uova di pasqua, creme per le mani, colombe e tanto altro ancora. Non mi era mai successo in tanti anni, una gratificazione sotto tutti i punti di vista. Tutto ciò è una testimonianza importante, non siamo soli e tutti questi gesti ne sono una prova ulteriore tangibile”.

Dietro tutte le protezioni c’è una persona pronta a supportare ogni paziente: “Li ascoltiamo volentieri, ti raccontano la loro vita, si sentono comprensibilmente importanti in quel momento, giustamente protagonisti. Essendo in quello stato cerchiamo di dargli la massima importanza. Mi è capitato che un degente doveva essere trasferito, aveva altre patologie. Lo imboccavo, in alcune circostanze, eppoi via con una chiacchieratina di conforto. Mi disse: “Non me ne voglio andare, mi trovo troppo bene". Si crea un rapporto confidenziale quanto necessario per poter proseguire a combattere questa battaglia”. Ed ogni singolo lavoratore del personale sanitario è preziosissimo in tal senso.

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