“Sette colpi di pistola, un delitto premeditato”, tutti i dettagli dell’omicidio di via Galvani

Tre anni fa l’assassinio di Demir Hyseni commesso da Kujtim Beli. La corte di cassazione conferma la condanna a sedici anni: “Aveva portato con sé l’arma, la vittima è stata freddata dopo un agguato”

Sette colpi di pistola, sedici anni di carcere e almeno otto giorni per preparare il delitto. La prima sezione penale della corte di cassazione ha confermato la condanna nei confronti di Kujtim Beli, il cittadino albanese di 63 anni (all’epoca dei fatti) che il 18 luglio del 2017 uccise il connazionale Demir Hyseni sotto la sua casa in via Galvani a Terni. La sentenza è ora pubblica ed è possibile tracciare gli elementi che hanno spinto i giudici a non accogliere il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Mattiangeli.

La corte di cassazione scrive che “Beli aveva agito con premeditazione, avendo portato con sé dall’Albania la pistola Basque utilizzata per l’omicidio”. Secondo la ricostruzione dei fatti, Beli sarebbe arrivato in Italia il 10 luglio a bordo della sua auto, una Lancia Lybra, e sarebbe arrivato a Terni il 16 luglio, ossia due giorni prima del delitto. Fatti questi che, nel ricorso dell’avvocato Mattiangeli, dovrebbero contraddire la premeditazione dell’assassinio. Perché, se la volontà del Beli fosse stata fin da subito quella di uccidere, non avrebbe aspettato tutti questi giorni per premere il grilletto.

La mattina dell’omicidio, Beli si presenta “di mattina presto, sotto casa della vittima, addirittura introducendosi all’interno della sua vettura, senza attenderla in strada, attuando un appostamento, protratto per un tempo prolungato”. Un agguato che, secondo la Suprema corte, sarebbe stato preparato nei minimi dettagli. Il primo: “avere rimosso la scheda sim dal proprio cellulare sin dalla sera prima del fatto omicidiario”. Il secondo: “Avendo l’imputato lasciato in sosta la propria auto in un luogo vicino alla stazione, diverso da quello in cui l’omicidio era stato consumato, così da evitare eventuali rilievi sulla relativa targa, e al contempo non troppo distante dal luogo dell’agguato, così da permettergli una veloce fuga a piedi sino al proprio veicolo”.

Beli avrebbe poi agito con “una particolare determinazione e fermezza nell’agire avendo sparato tutti e sette i colpi, costituenti la dotazione massima della pistola” manifestando così “indici di spiccata intensità del dolo”. Rispetto al possesso dell’arma, viene ritenuta “inverosimile la spiegazione difensiva relativa al possesso dell’arma, non essendo state accertate ragioni che giustificassero la difesa personale da parte di un soggetto incensurato e non inserito in circuiti criminali e non essendo verosimile che Beli intendesse usarla solo per minacciare l’interlocutore e ‘costringerlo’ a trovargli una casa o un lavoro, posto che non sarebbe stato, comunque, necessario portare con sé un’arma completamente carica. Tanto più che doveva ritenersi del pari inverosimile che, per trovare casa e lavoro, Beli si fosse rivolto proprio a un soggetto con il quale, da circa quattro anni, i rapporti non erano più buoni per ragioni di gelosia”.

Attriti passati e gelosia sarebbero dunque il movente di quella mattinata di ordinaria follia, le cui radici affondano in “motivi attrito tra i due, per avere Beli accusato, in passato, la vittima di essere l’amante della moglie”.

La follia di quelle accuse avrebbe dunque armato la mano di Beli, spingendolo a quell’assurdo viaggio in macchina dall’Albania all’Italia, con in tasca una pistola carica, che è poi stata svuotata in pochi secondi contro il suo “rivale”.

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