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Cronaca

“La morte di Raffaele Pesiri doveva essere un messaggio per Carmen Ruggiero”

Minacce ai magistrati, l’interrogatorio di un presunto esponente della Sacra corona unita nel carcere di Terni: “La mia vera intenzione era di tagliare la gola al pubblico ministero” con un coltello artigianale costruito in ceramica

Prima dice di essere disposto a collaborare con la giustizia e a svelare le dinamiche della Sacra corona unita. E mette queste dichiarazioni a verbale. Nel secondo interrogatorio racconta un’altra verità, anche questa messa nero su bianco: era tutta una strategia per incontrare di persona la sostituta procuratrice Carmen Ruggiero e “tagliarle la giugulare senza essere bloccato”. Fortunatamente, ci ha pensato l’intervento di un tenente dei carabinieri a sventare tutto.

Il “protagonista” dei due verbali contrastanti l’uno con l’altro si chiama Pancrazio Carrino, arrestato dai carabinieri della compagnia di San Vito dei Normanni, che nell’estate scorsa avevano eseguito un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 22 persone, firmata dalla gip del tribunale di Lecce Maria Francesca Mariano, la stessa giudice oggetto di pesanti minacce nei mesi scorsi.

Il primo verbale: verso la collaborazione?

L’altro protagonista è il tenente Alberto Bruno, attualmente comanda il nucleo investigativo della compagnia di Matera, ma all’epoca era comandante del Nor di San Vito, guidata dal capitano Vito Sacchi. L’operazione è stata chiamata “The Wolf” in suo onore, in quanto “Lupo” era il nome di battaglia del tenente Bruno ai tempi del Ros. La vittima designata è la sostituta procuratrice della Dda salentina, Carmen Ruggiero. Oltre a questa, molte altre indagini sul mondo della Sacra corona unita portano la sua firma. Il primo interrogatorio, quello in cui Carrino dice di voler iniziare un percorso di collaborazione con la giustizia, è datato 31 luglio 2023, il blitz “The Wolf” risale al 18 luglio. Carrino, di fronte alla sostituta procuratrice Ruggiero - questo recita il verbale - conferma quanto emerso durante le indagini e racconta la sua storia all’interno della criminalità organizzata, a partire dal 2010. Parla di droga, di armi, fa nomi “storici” e pesanti della Scu. Ammette di farne parte col grado di “vangelo”. Fin qui, quanto emerso dal documento. Ma quel giorno, nel carcere di Lecce, è successo altro.

Oggi che sono tornato serio e lucido”

Per capire cosa è realmente accaduto, va letto il secondo verbale, stilato il 23 ottobre. Cambia la scena: è il carcere di Terni. Cambia il pm: è il sostituto procuratore Raffaele Pesiri. Cambia anche Carrino, in realtà. Anzitutto, nega di avere qualsivoglia pseudonimo (in realtà ne ha uno) ma soprattutto nega quanto detto a luglio davanti alla pm Ruggiero. Lui - dice - non fa parte di alcuna associazione e Gianluca Lamendola (il presunto boss del clan) è solo un amico. “Oggi che sono tornato serio e lucido”, dice Carrino, vuole dare una nuova versione: nel carcere di Lecce, dalla televisione, era venuto a sapere che si associava il suo nome a una violenza sessuale. In effetti, questo episodio è presente negli atti, ma non gli viene contestato. Allora Carrino matura il suo odio contro tutto ciò che rappresenta lo Stato. E medita vendetta. Senza avvisare l’avvocato dell’epoca (di avvocati ne cambierà tre) tramite un agente della penitenziaria del carcere di Lecce dice di voler parlare con la sostituta procuratrice Ruggiero, ma “la mia vera intenzione era di tagliare la gola al pubblico ministero che si sarebbe presentato, ove avesse dato seguito alla mia richiesta di collaborazione”.

Un coltello per uccidere la pm antimafia

Arriva il fatidico giorno e Carrino - è sempre lui che racconta questo nel secondo verbale - prepara un’arma artigianale, un coltello di ceramica. Lo nasconde addosso (lo occulta nel retto) e si presenta davanti all’inquirente, in una stanza del carcere di Lecce. Ma c’è anche un tenente dei carabinieri (Alberto Bruno, per l’appunto) un avvocato d'ufficio e “altre persone che non mi ricordo bene”. Ancora: “Ero seduto davanti al pm e tenevo sotto controllo il tenente di San Vito per capire se mi trovavo a una distanza sufficiente per poter agire contro il pm tagliandogli la giugulare senza essere bloccato”. Carrino va in bagno ed estrae il coltello, che nasconde nelle mutande. Torna, ma in un’altra stanza, dove si trova il tenente Bruno, che vedendo i movimenti di Carrino che “prendeva le misure”, aveva intuito il pericolo e aveva agito di conseguenza. Così, il tenente Bruno riesce a sottrarre il coltello artigianale. “Se fossi stato lucido quel giorno come lo sono adesso, Carmen Ruggero sarebbe già storia”, rivendica Carrino nel secondo verbale. Sempre qui, vengono riportate altre parole: “L’indagato dichiara che la morte del pm, dottor Raffaele Pesiri, avrebbe dovuto essere un messaggio per la dottoressa Carmen Ruggiero”. Già, perché en passant, non solo ammette le minacce alla giudice Mariano, ma anche di aver pensato di colpire il sostituto procuratore ternano che lo stava interrogando.

Chi è Pancrazio Carrino

Pancrazio Carrino ha da poco compiuto 42 anni. È nato a Mesagne, ma risulta residente a San Pancrazio Salentino, anche se per gli investigatori sarebbe legato al nord della provincia brindisina. Il suo soprannome, “stellina”, fa pensare a un altro nome “noto” legato alla Scu, quello di Vincenzo Stranieri (non coinvolto nel procedimento “The Wolf”) di Manduria. Entrambi hanno tatuata al centro della fronte proprio una stella. Ma, per quanto riguarda Carrino, quello non è l’unico tatuaggio. Il 42enne, nel procedimento scaturito da “The Wolf”, deve rispondere di associazione per delinquere di stampo mafioso, il 416 bis. Non solo per gli inquirenti sarebbe (stato) organico al clan Lamendola-Cantanna, grande famiglia Sacra Corona, ma avrebbe rivestito un preciso ruolo: “Uomo di fiducia di Lamendola Gianluca (il presunto boss, ndr) dava il suo contributo nel traffico di sostanze stupefacenti, faceva da intermediario nei rapporti tra Lamendola e il gruppo operante su Fasano, contribuiva al consolidamento del controllo del clan partecipando a spedizioni punitive”.

Le minacce a gip e sostituta procuratrice

Per quanto riguarda le minacce subite dalla giudice Maria Francesca Mariano e dalla sostituta procuratrice Carmen Ruggiero, gli investigatori hanno subito pensato a un legame con l’operazione “The Wolf” condotta dalla compagnia dei carabinieri di San Vito Dei Normanni. L’ordinanza di custodia cautelare è firmata, come gip, dalla giudice del tribunale salentino, mentre l’inchiesta è stata portata avanti dalla sostituta procuratrice della Direzione distrettuale antimafia di Lecce. A inizio febbraio, la giudice ha trovato nei pressi della propria abitazione una testa di agnello tagliata in due, accompagnata da un sinistro messaggio. La giudice è sotto scorta da fine settembre, a causa di altre minacce. Stessa sorte per la sostituta procuratrice Ruggiero, perno delle indagini che hanno messo sotto scacco il clan Lamendola-Cantanna, ritenuto organico alla Sacra corona. C’è da dire che il presunto boss Gianluca Lamendola e suo padre avevano fatto sapere di prendere le distanze da tali azioni, che non sarebbero quindi riconducibili a loro. E adesso questi verbali fanno chiarezza su diversi dettagli. Da notare: entrambi gli interrogatori si sono svolti prima degli ulteriori macabri “avvertimenti” alle due magistrate.

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