La testimonianza dall’ambulanza del 118 di Terni: “La paura sale quando temi di aver portato il Covid a casa”

Il racconto: “Sai che il virus potrebbe essere ovunque e che chiunque potrebbe essere un positivo asintomatico, ma non lo vedi, non lo riconosci”

foto di repertorio

Una testimonianza anonima, carica di significati. Il protagonista del racconto ha chiesto espressamente di non voler essere menzionato perché ciò che analizza: “Riguarda un po' tutti i suoi colleghi”. In questo scorcio di emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus chi agisce sul campo, è in trincea, mette a disposizione tutte le proprie peculiarità esponendosi anche a dei rischi. Tra gli ‘eroi’ della fase delicatissima ci sono gli operatori del 118 che quotidianamente svolgono il proprio lavoro con passione, generosità, altruismo e soprattutto responsabilità. 

“Il cambiamento più evidente, rispetto alla normalità, è l'utilizzo dei dispositivi di prevenzione individuale, sia durante le fasi di avvicinamento che – soprattutto - durante quelle di trasporto di qualsiasi paziente”. E’ la testimonianza anonima di chi lavora direttamente sul campo: “Non potendo rispettare la distanza, infatti, sia l'autista che il passeggero (infermiere o soccorritore) devono indossare le mascherine e i guanti. Arrivati sull'evento, prima di poter operare, si deve prendere la temperatura al paziente, fargli indossare mascherina e guanti e compilare la scheda triage specifica per il COVID-19. Se tutti gli item risultano negativi, si può cominciare ad operare con le procedure di ogni singolo evento. Altrimenti scatta l’avviso alla centrale operativa di sospetto positivo e inizierà la vestizione dei DIP di livello avanzato.

Una delle cose più complicate – afferma l’operatore - è salire con i dispostivi di prevenzione individuale indossati (mascherina e occhiali) per le scale, portando zaino e, magari la tavola spinale, o altri presidi pesanti, in quanto la respirazione è ostacolata dalla mascherina, e gli occhiali si appannano velocemente. Si arriva, a un quarto piano, decisamente affannati.

Lo status provato? Di allerta massima. Personalmente – ricorda - ho lavorato durante le emergenze Sars, Suina e Ebola ma questa volta è diverso. La tensione è palpabile. Ogni volta che suona il telefono, lo stato di allerta è tangibilmente più elevato. Durante il servizio non c'è paura, ma uno stato di allerta maggiore. Personalmente, la paura, viene tornando a casa – sottolinea - Quando sulla porta ti prendono i dubbi di aver riportato a casa il mostro. E allora non saluti nessuno, ti spogli sul pianerottolo, mettendo la divisa e tutto il resto dentro un sacco e corri sotto la doccia. Anche lì ti lavi forsennatamente, quasi a scarificare la pelle, per paura di infettare i tuoi cari. La paura più grande, anche sentendo i colleghi, è solo quella.

Hai avuto modo di trasportare soggetti Covid+?: “Al momento no. Dovendo considerare tutti come possibili positivi asintomatici, è una esperienza particolare. Le persone salgono sole sapendo che saranno sole, anche in tutte le fasi al Pronto Soccorso. I pazienti anziane, sono i più fragili. Avrebbero bisogno di un volto amico, rassicurante, familiare. Noi da dietro la mascherina, non riusciamo neanche a fargli vedere che sorridiamo. Ci parliamo durante il tragitto fino all'ospedale ma, se prima cercavamo il contatto fisico come tenere una mano o tendere una mano sulla spalla, ora ci limitiamo molto anche in quello. Possiamo solo parlarci, e cercare di fargli coraggio e forza. Finché non le faremo scendere.

La percezione del virus e l’importanza di essere solidali

Che percezione hai del virus? “Strana. Se normalmente il pericolo puoi vederlo, come il tossico che vuole pungerti con una siringa, la macchina che non ha sentito le sirene e non ti dà la precedenza o non si sposta a destra, la puzza di benzina la quale ti fa stare in all'erta da un possibile scoppio o incendio il Covid non lo vedi. Sai che potrebbe essere ovunque che chiunque potrebbe essere un positivo asintomatico ma non lo vedi, non lo riconosci e quindi mentre nei casi sopra reagisci, mettendo in atto le tue strategie difensive, in questo caso puoi solo cercare di prevenirlo di non farti “beccare impreparato”. Ripensandoci però nel corso del turno – magari - il naso te lo sei grattato così, di riflesso”. I nostri concittadini?: “Stanno reagendo bene, rispetto a qualche settimana fa, decisamente meglio. In giro si vede meno gente, ma si può ancora migliorare. Il consiglio, è scontato. Stare a casa e porre attenzione a tutto quello che è prevenzione.

In quasi 20 anni di 118 ho imparato che si può sempre aver bisogno di aiuto. Nessuno di noi è esente, prima o poi dal dover chiedere un aiuto. In questo momento, con una pandemia in corso, ho visto tanta gente darsi da fare. Gente comune, artigiani, commercianti, aziende grandi e piccole. Tutti si vogliono rendere utili. E questo è un gran bel segno che le persone, quelle vere, ci sono. La speranza la diamo noi volontari, sanitari e medici ma la danno anche quelli che lasciano il pane dentro un cesto a fine serata. Oppure quelli che cuciono a casa le mascherine donandole a chi ne ha bisogno. Questo è importante. Ognuno – conclude l’operatore del 118 - può essere di aiuto, in base alle sue possibilità. Basta che tutto questo non vada perso, una volta finita questa emergenza”

Una riflessione a margine

“Forse scontata. Noi stiamo per strada: e con noi ci sono i vigili del fuoco e i ragazzi delle forze dell’ordine che sono veramente speciali. Ci sono poi tante altre categorie che lavorano a contatto con la gente le quali rischiano forse anche più degli altri. Penso a tutti i dipendenti dei supermercati, agli autotrasportatori, agli addetti alle pulizie. A tutti loro, un pensiero speciale”.

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