Venerdì, 19 Luglio 2024
Cronaca

“Se ci dai i soldi, non partecipiamo all’asta”, nessuno sconto per la banda dei romani

Dalla Capitale a Terni e Perugia per estorcere denaro a chi aveva un bene all’incanto. I racconti delle vittime e la decisione della Corte di cassazione

“Se ci dai i soldi, noi non partecipiamo. Ma se non paghi, andiamo all’asta solo con l’obiettivo di far alzare il prezzo della merce”. Così agiva la banda di estorsori romani – quattro uomini, dai cinquanta ai settant’anni – già condannati dalla Corte di appello di Perugia per alcuni episodi che si sono verificati nel corso degli anni tra Terni e Perugia. E che ora hanno visto la loro condanna confermata da parte della seconda sezione penale della Corte di cassazione, presieduta da Geppino Rago.

Diversi gli episodi riportati nella sentenza della suprema corte che ricostruiscono come la banda avrebbe agito nei confronti di persone oggetto di un procedimento esecutivo, ossia con beni finiti all’asta. E ai quali i romani si sarebbero rivolti, cercando di ottenere denaro con la promessa di non presentarsi all’incanto.

In uno di questi episodi, ad esempio, una delle vittime ha raccontato che, il giorno stabilito per l’asta giudiziaria del proprio bene pignorato, “le si erano presentate diverse persone che le avevano chiesto del denaro quale corrispettivo della loro astensione dalla partecipazione all’asta e che una di esse, al suo manifestato proposito di non pagare, le aveva detto che avrebbe partecipato all’asta al solo scopo di far lievitare il prezzo della merce (cosa che poi aveva effettivamente fatto)”. Prova dei fatti venne riscontrata anche attraverso un’intercettazione telefonica “immediatamente successiva ai fatti” tra un dipendente dell’istituto vendite giudiziarie di Terni (...) e un’altra impiegata dello stesso istituto (…)” nella quale si indicava uno tra gli imputati come “uno tra i partecipanti” alla vendita.

In un altro caso, la persona offesa aveva riferito che “qualche giorno prima di quello che era stato stabilito per l’asta giudiziaria del proprio bene pignorato (un box) le si era presentata una persona che le aveva chiesto del denaro (circa 2.500 euro) quale corrispettivo per la propria astensione dalla partecipazione all'asta e le aveva fornito, come proprio recapito, un’utenza telefonica” poi risultata nella disponibilità sempre dello stesso romano. “L’individuazione di questi come la persona che aveva avanzato alla persona offesa la predetta richiesta di denaro – scrivono i giudici nella sentenza - trovava conferma nel contenuto” di un’altra conversazione telefonica intercettata dagli investigatori sempre tra lo stesso dipendente dell’Ivg di Terni e l’imputato, “nel corso della quale il primo aveva fornito al secondo le indicazioni necessarie per raggiungere il luogo in cui si trovava il bene esecutato e in cui, poi, sarebbe stata posta in essere la condotta criminosa”.

Sempre poco prima di un’altra asta giudiziaria, un’ìaltra vittima sarebbe stata avvicinata da un gruppo di persone ad una delle quali il dipendente dell’Ivg di Terni “aveva indicato il luogo in cui si trovava il predetto bene”. Una aveva chiesto alla vittima del denaro (200 euro) “quale corrispettivo della propria astensione dalla partecipazione all’asta. La stessa persona offesa aveva individuato, con riconoscimento fotografico (...) come una delle persone che, arrivando tutte insieme, le si erano presentate; tali modalità dell’arrivo dell’imputato, insieme agli altri soggetti, i quali si conoscevano tra loro e la richiesta di denaro dovevano ritenersi, secondo la Corte d’appello di Perugia, delineare una situazione di fatto in cui gli imputati avevano tentato di coartare volontà della persona offesa, per ottenere il profitto ingiusto della corresponsione della somma di denaro richiesta alla stessa”.

In un altro episoodio, “la persona offesa aveva riferito che, in occasione di diverse procedure esecutive nei suoi confronti, le si erano presentate diverse persone, che arrivavano sempre in gruppo e che si conoscevano tra loro, le quali le avevano chiesto del denaro quale corrispettivo della propria astensione dalla partecipazione all’asta del bene a lei pignorato e avevano anche cacciato via alcuni altri soggetti che si erano mostrati interessati all’acquisto del bene”.

Per non prendere parte all’asta del mobilio di un bar, il gruppo aveva chiesto circa “4/5mila euro” e la vittima “aveva dato loro 900 euro in contanti e un assegno”. La cognata della vittima aveva confermato i fatti, aggiungendo che “le predette persone avevano detto al cognato: ‘Se voi ci date dei soldi non partecipiamo alla esecuzione’, confermando la dazione del denaro in contanti e dell’assegno”.

Le indagini avevano portato anche all’arresto di uno degli imputati: per tutti la condanna è stata poi a cinque anni di reclusione oltre ad una multa da 1.500. Pena confermata dalla Cassazione, nonostante i ricorsi presentati.

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