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Mercoledì, 22 Maggio 2024
Cronaca

Niente tasse, paga prima dipendenti e fornitori per salvare l’azienda: assolto e poi condannato

Imprenditore non ha versato oltre mezzo milione di euro di Iva per la crisi, la Corte d’appello di Perugia ribalta la sentenza del tribunale di Terni: la decisione della Cassazione

Cause di forza maggiore per le quali il fatto non costituisce reato: assolto. Ma la Corte d’appello di Perugia ribalta la sentenza di primo grado del tribunale di Terni e condanna un imprenditore edile, titolare di una impresa di costruzioni, a sei mesi di reclusione per non avere versato oltre mezzo milione di euro per l’Iva, l’imposta sul valore aggiunto. E la palla è passata alla Corte di cassazione.

La vicenda risale al 2014 quando l’imprenditore avrebbe dovuto versare circa 520mila euro di Iva. Il pagamento non era stato però effettuato. Secondo il giudice di primo, “per cause di forza maggiore”. In particolare, il tribunale “aveva dato rilievo ad un triplice ordine di fattori – spiegano nell’ultima sentenza i giudici della suprema corte - Anzitutto, la contrazione del mercato immobiliare, entro il quale l'impresa (...) operava, registratasi in quegli anni. In secondo luogo, l’attivazione dell’imputato al fine di porre rimedio alla crisi finanziaria, anche intraprendendo commesse in nuovi settori, che avevano portato con sé un mutamento del regime fiscale, sfavorevole per l’imprenditore. Infine, la scelta dell’imputato di utilizzare la liquidità derivante dalle nuove commesse per pagare gli stipendi dei dipendenti nonché i debiti Inps e Inail - scelta da ritenersi obbligata al fine di garantire la sopravvivenza dell’impresa”. Sulla base di questa ricostruzione, “il primo giudice ha escluso la sussistenza del dolo ed ha accolto la tesi difensiva in ordine alla presenza dei requisiti oggettivi e soggettivi della forza maggiore”.

Ricostruzione che però non ha trovato accoglimento nel secondo grado di giudizio, dove è stato “accolto l’appello del procuratore generale, evidenziando come, sulla scorta dell’accertamento di fatto consegnato dal primo giudice, fosse sussistente il dolo generico del reato di omesso versamento Iva, integrato dalla coscienza e volontà di omettere i versamenti dovuti”.

Secondo il giudice di secondo grado, “dedurre la crisi di liquidità quale fattore che esclude l’intenzione di non adempiere a causa di forza maggiore, costituisce un’operazione dogmaticamente errata. Fintantoché vi è margine di scelta, non può ritenersi sussistente la causa di forza maggiore, poiché essa non è in grado di escludere la suitas della condotta. In definitiva, la Corte ha ritenuto che non si possa invocare la causa di forza maggiore allorquando l’omissione penalmente rilevante sia stata determinata dai mancati accantonamenti e dal mancato pagamento alle scadenze, nell’ambito di una situazione di illegittimità. Né può essere addotta, a sostegno della forza maggiore, la mancanza di provvista necessaria all’adempimento dell’obbligazione tributaria, allorché la stessa sia il frutto di una scelta imprenditoriale volta a fronteggiare la crisi di liquidità”.

Insomma, quella di non pagare l’Iva sarebbe stata una scelta e non una conseguenza indotta dalla crisi che in quel momento l’azienda stava attraversando.

“Ad avviso della difesa – ricostruisce ancora la Cassazione - tale assunto sarebbe illogico atteso che la scelta di non adempiere al debito d’imposta non sempre può dirsi libera. Nel caso di specie si sarebbe trattato di una scelta sì consapevole, ma obbligata, in quanto i pagamenti effettuati dall’imprenditore (nei confronti dei fornitori, dei dipendenti, dell’Inps e dell’Inail) erano necessari per la prosecuzione dell’attività d’impresa” per la quale l’imprenditore avrebbe “tempestivamente posto in essere tutti i possibili rimedi, sacrificando anche il proprio patrimonio personale (...), prestando fideiussioni bancarie, tentando di vendere i propri cespiti e cercando soluzioni transattive con l’Agenzia delle entrate”.

Per trovare un equilibrio tra posizioni diverse, l’imprenditore ha dunque presentato ricorso in Cassazione: “La prova del dolo - hanno scritto nella sentenza i giudici della terza sezione penale della Suprema corte, presieduti da Gastone Andreazza - è insita nella presentazione della dichiarazione annuale, dalla quale emerge quanto è dovuto a titolo di imposta, e che deve, quindi, essere saldato o almeno contenuto non oltre la soglia, entro il termine previsto (…). Il debito verso il fisco relativo ai versamenti Iva è normalmente collegato al compimento delle operazioni imponibili dal momento che, ogni qualvolta il soggetto d’imposta effettua tali operazioni, riscuote già dall’acquirente del bene o del servizio l’Iva dovuta e, deve, quindi, tenerla accantonata per l’erario, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere l’obbligazione tributaria (…). La causa di forza maggiore, in grado di escludere il dolo – proseguono i giudici - deve essere valutata al momento della consumazione del reato e non può essere retroagita e in presenza di margine di scelta deve essere sempre esclusa la causa di forza maggiore, sicché non poteva l’imputato invocare la forza maggiore quando l’inadempimento sia dipeso dal mancato accantonamento e dal mancato pagamento dell’imposta nel maggior termine consentito”.

Nel frattempo, però, è intervenuta la prescrizione del reato contestato. Per cui, la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata.

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