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Cronaca

Azioni “illiquide” della Popolare di Bari, dopo la sentenza del tribunale di Terni c’è anche un’indagine della finanza

Inchiesta su una presunta truffa da 8 milioni di euro: 88 indagati tra ex vertici e responsabili delle filiali della banca. Gli accertamenti scaturiti da querele presentate da clienti che sarebbero stati indotti all’acquisto di prodotti finanziari ad alto rischio

Sono 88 i soggetti indagati nell’ambito di un’inchiesta della procura di Bari sulla Banca popolare di Bari, relativa a una presunta truffa per un importo di oltre 8 milioni di euro e portata avanti dai finanzieri del comando provinciale del capoluogo pugliese. Le persone destinatarie del provvedimento, come detto, sono indagate, in concorso tra loro, in relazione alle loro rispettive funzioni, per l’ipotesi delittuosa di truffa.

L’operazione costituisce la conclusione di un’indagine scaturita dalle querele presentate nel tempo da 176 persone che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbero state “indotte, mediante artifizi e raggiri, nonché approfittando della particolare situazione di vulnerabilità, all’acquisto di prodotti finanziari illiquidi e ad elevata rischiosità emessi dal predetto istituto bancario”. I fatti contestati si riferirebbero al periodo 2014-2015.

In particolare, le indagini avrebbero permesso finora di accertare che “gli indagati non avrebbero fornito agli investitori notizie appropriate per effettuare consapevolmente le proprie scelte di investimento”.

A ottobre del 2023, il tribunale di Terni aveva condannato la Cassa di risparmio di Orvieto a risarcire un risparmiatore che aveva sottoscritto un contratto per l’acquisto di azioni dell’ex Banca popolare di Bari. L’accordo risaliva al 2009 e prevedeva l’acquisto di un totale di 7.223 titoli dell’istituto popolare pugliese. “Nella sentenza, il giudice evidenza il carattere illiquido delle azioni in questione e gli obblighi informativi a carico dell’intermediario”, così l’Unione nazionale consumatori dell’Umbria aveva commentato il risultato conseguito dagli avvocati Leonardo Di Russo e Annalisa Cannetto.

In estrema sintesi, nel suo provvedimento il giudice Luca Ponzillo diceva che per quegli strumenti finanziari sussistevano difficoltà di smobilizzo a condizioni significative, ossia che per l’investitore ci sarebbero stati ostacoli o limitazioni allo smobilizzo entro un lasso di tempo ragionevole, a condizioni di prezzo significative. Insomma, acquistati ad un valore di circa 9 euro ad azione, quei titoli non avrebbero garantito un affare per il sottoscrittore dell’accordo.

E il caso trattato dal tribunale di Terni non sarebbe l’unico presente sul territorio provinciale.

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